la comunicazione facilitata per i soggetti con autismo (Marina Marinelli)

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la comunicazione facilitata per i soggetti con autismo (Marina Marinelli)

Messaggio  MariMarinelli il Lun Dic 01, 2008 10:33 pm

Il PC come supporto alla comunicazione per i soggetti autistici

Quella della Comunicazione Facilitata è una tecnica ormai ampiamente impiegata in campo scolastico ed educativo che consente a soggetti autistici anche di particolare gravità di comunicare attraverso la tastiera del computer o la macchina da scrivere.
Questa tecnica parte dal presupposto che il soggetto con disturbi dello spettro autistico sia molto più partecipe delle vicende che lo circondano di quanto in realtà non sembri.

GLI ANTECEDENTI
Gli antecedenti della Comunicazione Facilitata si possono rintracciare in alcuni lavori svolti nei primi anni settanta, sebbene, già a partire dagli anni sessanta, il pediatra newyorkese Goodwin si occupò di più di 60 studenti con diagnosi di autismo alcuni dei quali erano in grado di digitare su uno strumento detto "la macchina per scrivere parlante". Nonostante sembrasse che alcuni ragazzi fossero riusciti a digitare messaggi pertinenti e finalizzati, dagli appunti non è tuttavia risultato se il braccio degli studenti fosse sostenuto in qualche modo.
Sapere questo sarebbe stato importante , dato che, la Comunicazione Facilitata si distingue dalle altre forme di Comunicazione Aumentativa ed Alternativa proprio soprattutto per il fatto di fornire l'aiuto attraverso un supporto fisico.
Nel 1974 fu pubblicato un articolo nel quale si affermava che era stato possibile permettere ad alcuni studenti con autismo di scrivere, sostenendo loro la mano e riducendo gradualmente l'aiuto, ciò dopo aver appurato che molti di essi avessero bisogno di un imput sensoriale per scrivere. Alcuni ad esempio volevano che si toccasse loro il dito o qualche altra parte del corpo, come la testa o la spalla.

L'IMPORTANZA DEL CONTATTO CON IL FACILITATORE
Già da questi esperimenti ci si rese conto di come nella Comunicazione Facilitata sia importante il
fattore contatto-presenza del "facilitatore".
Questa persona, che il soggetto autistico predilige di solito tra altre è solitamente dotata di particolare empatia e spesso
tra i due attori (il soggetto autistico e il facilitatore) si instaura un rapporto per così dire esclusivo. Anche tra chi è riuscito a scrivere senza nessun contatto col suo facilitatore, pare che non ci sia ancora mai stato nessuno in grado di produrre uno scritto senza averlo almeno seduto a fianco o nelle immediate vicinanze.

Circa dieci anni più tardi, nel 1985, i coniugi Shawlow affermarono che Art, il loro figlio con autismo, poteva scrivere con un dispositivo elettronico di cui sarebbero venuti a conoscenza grazie ad uno studioso svedese. Nello stesso anno anche una coppia di genitori di Ottawa, gli Easthmam, riferirono d'essere riusciti ad insegnare al proprio figlio David a digitare. Entrambe le coppie affermarono comunque che ciò era possibile solo con il contatto rassicurante di una mano sul braccio o sulla spalla.


Per Comunicazione Facilitata si intende un metodo per facilitare la comunicazione in cui un terapista abilitato - il facilitatore - offre un sostegno alla mano o al braccio di un individuo con un deficit nella comunicazione - il facilitato - per aiutarlo ad indicare delle immagini o lettere o ad usare una tastiera per digitare un testo.
Comunicare in facilitazione significa scrivere a macchina o indicare figure, lettere e parole. Un facilitatore (un insegnante, un membro della famiglia, un amico o un altro partner di comunicazione) fornisce un supporto fisico, cioè un aiuto nello stabilizzare il braccio o nell'isolare il dito indice, ma, soprattutto, fornisce un supporto emotivo.

Il supporto fisico può essere di tipo mano-su-mano oppure mano-su-braccio.

Il facilitatore non guida il facilitato nella scelta, ma piuttosto stabilizza il movimento e, in alcuni casi, effettivamente rallenta la mano della persona che si accinge a compiere una scelta.

Le difficoltà fisiche ed emotive specifiche che il supporto di questa tecnica aiuta a superare sono: uno scarso coordinamento occhio-mano, un basso tono muscolare o un elevato tono muscolare, problemi nell'isolare o estendere il dito indice, tremori ed instabilità muscolare, problemi nell'iniziare un compito su comando, impulsività.
Con il passare del tempo il supporto regredisce ad un semplice tocco sulla spalla fino ad arrivare all'indipendenza nello scrivere.

Questo metodo rientra in una delle forme di Comunicazione Aumentativa e Alternativa (AAC), dato che si basa su diverse modalità di suggerimento e sollecitazione date al facilitato da parte del facilitatore. Il suo specifico, rispetto alle altre tecniche di CAA, consiste nell'aiuto di supporto fisico mano-braccio o mano-mano fornito dal facilitatore.
Questa tecnica non si presenta quindi propriamente come una "cura" per le disabilità (queste restano), il suo utilizzo consente piuttosto ad una persona con problemi di comunicazione di esprimere, attraverso un intervento graduale, il pensiero intrappolato a causa di una comunicazione verbale nulla, insufficiente o stereotipata.
Utilizza una "dipendenza" da mezzi e da persone per costruire un futuro nel quale si possa comunicare nella maniera più possibile indipendente.

Vi è, sottostante, la supposizione (se non addirittura la convinzione) che le persone affette da Sindrome autistica possano essere molto più abili e intelligenti di quanto si possa presumere in considerazione di una mancanza del linguaggio verbale o dell'incapacità di imparare a scrivere. Essi sono sprovvisti di un mezzo di comunicazione efficace, perciò è difficile sapere ciò che stiano effettivamente pensando.
È anche per questo motivo, che la Comunicazione Facilitata risulta essere un metodo altamente controverso, perché contraddice la diagnosi di ritardo mentale che molti facilitati portano da sempre con sé.

La facilitazione permette di compensare i problemi neuromotori, la cui importanza non è stata mai sufficientemente sottolineata nei casi di handicap mentale. Questi problemi neuromotori sono passati inosservati soprattutto nelle persone con Sindrome autistica: mentre questi individui sono molto spesso agili nei movimenti riflessi ed automatici, avviene che sia invece difficoltoso il controllo volontario del movimento, sia a livello dei movimenti ampi che dei movimenti fini necessari all'esecuzione della parola.
È propriamente da questa visione della disabilità che la Comunicazione Facilitata muove i suoi passi, definendosi quindi essenzialmente come "aiuto" e "supporto" fisico per chi saprebbe comunicare ma non lo riesce a fare per motivi neuromotori e non per ritardo mentale.
Non bisogna dare per scontato che la Comunicazione Facilitata dia gli stessi risultati con tutti. I risultati, anzi, sono del tutto variabili a seconda dei casi, tanto che vanno fatti dei test di valutazione preliminare per stabilire le modalità e la gradualità di approccio alla tecnica.

Bisogna inoltre tener presente che, da una parte, alcuni studiosi, si mostrano scettici (considerano questa tecnica in maniera troppo condizionata dal facilitatore), altri invece hanno una posizione troppo ottimistica che la considera una bacchetta magica miracolosa.


LA FASE INIZIALE
Particolarmente delicata è la fase iniziale della vera e propria Comunicazione Facilitata:
a seconda di come muove i suoi primi passi si può determinare la possibilità o meno che questa tecnica possa produrre i suoi risultati più auspicabili.

Anzitutto va stabilito se il facilitato utilizzi prevalentemente la mano destra o la sinistra, va poi trovata la posizione più comoda per entrambi, va evitato un tono di voce diverso da quello che si ha solitamente.
La persona che si "facilita" va trattata come perfettamente competente. E' inoltre necessario tutelare sempre la privacy del soggetto, tenedo ben presente che molti soggetti autistici sono particolarmente riservati.
La pubblicità della comunicazione va sempre concordata con il paziente. Il rischio che quest'ultimo perda la fiducia e si chiuda (ed i periodi di "silenzio" spesso sono lunghi) è sempre dietro l'angolo.

E' importante inoltre non sovraccaricare il soggetto e non sottoporlo a questa tecnica per molto tempo in una giornata: spesso la sorpresa generata dalle produzioni dei facilitati genera nei facilitatori un desiderio irrefrenabile di continuare a far scrivere, anche perchè spesso si conoscono aspetti della vita di questi soggetti che mai ci si sarebbe aspettati di conoscere.
Quando i pazienti manifestano stanchezza (di solito si rifiutano di puntare l'indice) non bisogna mai forzarli.

Il metodo non è un approccio uniforme, è, piuttosto, un insieme di pratiche che devono essere pensate su misura per ogni individuo e che può anche non funzionare. In alcuni studi compiuti in California esso si è rivelato efficace per il 74% del campione dei fruitori. In Italia, si ha riscontro concreto che almeno 600 persone usino con successo il metodo della Comunicazione Facilitata, il che risulta essere un buon numero.

Marina Marinelli

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grazie mari per il tuo contributo... ed aggiungo CAA

Messaggio  colomba.persico il Mar Dic 02, 2008 3:38 am

Ringrazio Marina per il suo contributo, sempre molto dettagliata... integro ciò che scriveva con ciò che ho trovato su internet un' anno fa in merito alla comunicazione facilitata...

LA COMUNICAZIONE AUMENTATIVA E ALTERNATIVA (CAA )
Introduzione

Cos'è la Comunicazione Aumentativa e Alternativa?

E' possibile definire Comunicazione Aumentativa/Alternativa (CAA) ogni forma di comunicazione che sostituisce, integra, aumenta il linguaggio verbale orale. Non è corretto parlare di comunicazione alternativa soltanto, perché la CAA è multimodale; ne consegue che se esistono emissioni verbali, queste vanno mantenute e potenziate.

La CAA è dunque un settore della pratica clinica che si pone come obiettivo la compensazione di una disabilità (temporanea o permanente) del linguaggio espressivo; vengono infatti create le condizioni affinché il disabile abbia

l'opportunità di comunicare in modo efficace, ovvero di tradurre il proprio pensiero in una serie di segni intelligibili per l'interlocutore.

Grazie a tecniche e strumenti di CAA molte persone disabili sono ora in grado di utilizzare un codice efficace che dà loro la possibilità di usufruire di nuove opportunità educative e sociali. E' importante sottolineare che gli interventi di CAA sono percorsi che non sempre arrivano a raggiungere gli obiettivi prefissati nel breve periodo. Specialmente nel caso di soggetti che soffrono di patologie congenite, il potenziamento o lo sviluppo delle competenze comunicative, compresa la motivazione a comunicare, divengono obiettivi irrinunciabili. Il percorso che viene creato parte dunque dai bisogni comunicativi della persona; gli strumenti che vengono forniti devono essere adattati alle sue esigenze attuali, ma al tempo stesso devono essere flessibili ed evolversi nel tempo parallelamente all'evoluzione della persona in tutti i suoi aspetti (cognitivi, emotivi, sociali, etc.).

Un altro aspetto di fondamentale importanza è il coinvolgimento dell'ambiente, ovvero delle figure significative appartenenti ai diversi contesti di vita del disabile. Un percorso di CAA che inizia e finisce in un ambulatorio

specialistico difficilmente raggiungerà i propri obiettivi, ovvero fornire la possibilità di comunicare, interagire con le altre persone in situazioni e luoghi diversi.

A chi possono essere rivolti interventi di CAA?

Lo sviluppo della CAA è stato inizialmente sollecitato per incrementare le abilità comunicative di bambini (in particolare quelli con esiti di Paralisi Cerebrale Infantile) in cui era evidente la discrepanza tra linguaggio

espressivo, gravemente deficitario, e linguaggio ricettivo (comprensione) che non presentava invece severe compromissioni. Esperienze successive hanno però evidenziato che anche in alcuni casi di insufficienza mentale gli interventi di CAA hanno ottenuto buoni risultati.

Attualmente questi interventi vengono effettuati nelle seguenti condizioni di disabilità:

- condizioni congenite (ad es. PCI, sindromi genetiche, ecc.)

- condizioni acquisite (ad es. esiti di trauma cranico, ictus, ecc.)

- condizioni neurologiche evolutive (ad es. Sclerosi Laterale Amiotrofica, AIDS

- cerebrale, Sclerosi Multipla, Morbo di Parkinson, ecc)

- condizioni temporanee

In alcuni casi sono stati realizzati interventi di CAA anche con persone affette da autismo. Riguardo quest'ultima sindrome esistono pareri discordi riguardo l'utilità della CAA in una patologia in cui spesso l'intenzionalità comunicativa dell'individuo è un aspetto non sempre valutabile in modo oggettivo. In alcuni casi di autismo l'intervento di CAA ha ottenuto come risultato più evidente un miglioramento del comportamento sociale; in altre parole, queste persone hanno potenziato le loro abilità di autocontrollo. Altre esperienze hanno evidenziato l'utilità di alcuni strumenti di CAA nell'apprendimento di sequenze temporali di eventi (ad es. le diverse attività che scandiscono una giornata: alzarsi da letto, lavarsi i denti etc.).

Occorre considerare però che la finalità generale di un intervento di CAA è quello di offrire la possibilità di comunicare: dunque non solo di trasmettere dei contenuti, ma anche di curare le relazioni interpersonali. Date queste premesse siamo costretti a constatare che il controllo del comportamento sociale o l'apprendimento di sequenze temporali, pur essendo aspetti importanti della vita di ognuno di noi, sono obiettivi molto diversi rispetto a ciò che possiamo definire comunicazione interpersonale.

Gli strumenti

La CAA è per definizione multimodale, dunque sono diverse le modalità espressive che si possono utilizzare. Oltre al linguaggio (inteso come comunicazione verbale e non verbale) è possibile fornire al disabile altri strumenti che

possono essere suddivisi nelle seguenti categorie:

1) le tabelle di comunicazione

2) i VOCAs (Vocal Output Communication Aids)

3) i software di comunicazione che si utilizzano con il Personal Computer (PC)

Le tabelle di comunicazione

Il disabile indica (utilizzando le modalità che la patologia rende disponibili, ad es. nei casi di gravi compromissioni motorie agli arti inferiori e superiori è possibile indicare con lo sguardo) i simboli contenuti nella tabella (che corrispondono ad una serie di messaggi) per comunicare con gli altri.

Partendo da tale finalità, le tabelle di comunicazione vengono costruite valutando un insieme di aspetti contemporaneamente: la selezione del vocabolario (considerando i bisogni manifestati dalla persona ed il contesto in cui la tabella sarà utilizzata), gli aspetti fisici e sensoriali del disabile (mobilità, postura, vista, etc), il fattore intellettivo.

I diversi messaggi contenuti nella tabella possono essere rappresentati in modi diversi: oggetti concreti, miniature di oggetti, simboli grafici (foto, disegni), lettere o parole.

I VOCAs (Vocal Output Communication Aids)

I VOCAs sono sistemi dedicati alla comunicazione che non necessitano di essere collegati ad un PC (per alcuni è prevista questa possibilità come funzione supplementare, ad es. per memorizzare alcune configurazioni).

Il loro aspetto è quello di una tastiera più o meno complessa (un solo pulsante o una serie di pulsanti fino ad arrivare a dispositivi molto simili alla tastiera di un PC). Su ogni pulsante è possibile applicare un simbolo (un'immagine, una parola, etc). La pressione di ciascun tasto provoca l'ascolto di un messaggio preregistrato che corrisponde al simbolo posto su di esso. In questo modo il disabile ha la possibilità di comunicare non solo indicando il simbolo, ma anche associando ad esso un messaggio verbale che viene udito dagli altri. Il VOCA aiuta a ristabilire un ruolo naturale dell'interlocutore parlante che può rimanere in ascolto senza dover prestare attenzione continua ad ogni manifestazione del disabile. Non bisogna inoltre dimenticare il forte impatto emotivo che crea la possibilità di sentire la voce della persona (anche se si tratta di un messaggio preregistrato da un'altra persona).

Lo svantaggio dei VOCAs rispetto alle tabelle cartacee è legato ai limiti fisici di questi dispositivi, ovvero al numero limitato di messaggi che possono essere programmati; la tabella è invece più immediata e più facilmente ampliabile

rispetto alla configurazione di un VOCA. Esistono diversi tipi di VOCAs che si differenziano per numero di messaggi, tempo totale di registrazione, modalità di accesso (selezione diretta o scansione).

I software di comunicazione

Sono dei programmi legati al PC che permettono di riprodurre sullo schermo le tabelle di comunicazione. Ad ogni cella della tabella è possibile associare un simbolo e l'uscita in voce. I prodotti software godono delle potenzialità sempre crescenti del computer e dell'enorme capacità di elaborare e memorizzare dati. Questi programmi non hanno limitazioni nel numero di messaggi disponibili, né per quanto riguarda i tempi di registrazione; l'accesso (ovvero la selezione delle caselle in cui è contenuto il messaggio che si vuole comunicare) può avvenire tramite modalità diverse (tastiera, dispositivi di puntamento, sensori); la creazione delle tabelle può avvenire in modo flessibile, eventualmente collegando tra di loro un numero molto alto di tabelle.

Quest'ultima caratteristica aumenta considerevolmente il numero di messaggi a disposizione dell'utilizzatore.

Lo svantaggio di questi prodotti è che rimangono legati ad un PC che è uno strumento ingombrante, difficilmente trasportabile. Se le persone sono poste una di fronte all'altra viene meno il contatto visivo che è un aspetto fondamentale della comunicazione interpersonale.

Attualmente si sta studiando la possibilità di utilizzare questi programmi su computer portatili che abbiano le caratteristiche di leggerezza e trasportabilità dei VOCAs.

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ABA per uscire dal silenzio

Messaggio  Roberta Romano il Mar Dic 02, 2008 8:24 pm

Argomenti molto interessanti!
vi suggerisco uno spunto di riflessione sulla metodologia Aba che generalmente si serve sia di supporti multimediali che della comunicazione aumentativa alternativa.


ABA sta per applied behavior analysis, l’analisi applicata del comportamento, e consiste nell’applicazione delle tecniche di condizionamento operante. Gli elementi chiave dell’intervento sono la motivazione, l’aiuto e la chiarezza. Il condizionamento operante agisce sulla motivazione della persona, sostituendo quella che per una persona normale sarebbe la motivazione naturale, con dei "premi" (rinforzi) artificiali. Ad esempio, un bambino normale è motivato a imitare le altre persone forse dal piacere di farlo, forse dalle abilità nuove che riesce a padroneggiare. Il bambino autistico non trova motivazioni intrinseche nella situazione spontanea, quindi non impara ad osservare né ad imitare, con la conseguente limitazione del suo sviluppo. La risposta comportamentale è di incentivare l’osservazione attraverso l’imitazione guidata. Al bambino viene data un’istruzione del tipo "fai così", viene aiutato a compiere il gesto d’imitazione e viene premiato (rinforzato) per il suo sforzo. Il rinforzo avviene in conseguenza allo sforzo migliore del bambino, che non necessariamente equivale a riuscire a fare l’azione da solo, anzi, magari all’inizio lo sforzo migliore del bambino potrebbe essere di non opporsi all’aiuto dell’adulto. Quindi, oltre alla motivazione della persona si aggiunge il secondo elemento chiave dell’intervento, l’aiuto. Tanto è vero che la tecnica viene anche chiamata "l’apprendimento senza errori" (errorless learning) perché il bambino è motivato attraverso i rinforzi e aiutato dall’adulto in modo che non possa che sperimentare il successo. Il terzo elemento chiave è la chiarezza. L’ambiente fisico viene strutturato per facilitare l’apprendimento e all’inizio l’insegnamento viene fatto attraverso le prove distinte (discrete trial teaching), una tecnica che facilita il compito in relazione alle abilità del bambino. Ad esempio, se vogliamo insegnare "bicchiere" ad un bambino che non riesce a consegnare un oggetto su richiesta, chiediamo la consegna del bicchiere inizialmente quando c’è solo il bicchiere sul tavolo, poi in presenza di un altro oggetto e solo successivamente in mezzo a tanti altri oggetti. In seguito all’insegnamento così strutturato avviene la fase della "generalizzazione" delle abilità imparate. Il bambino viene aiutato ad utilizzare le sue nuove abilità con materiali nuovi, in situazioni diverse e/o più complesse, con persone nuove ecc.


ho potuto vedere l'applicazione di questo metodo è stata un'esperienza che mi ha emozionata moltissimo...

Roberta Romano

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AUTISMO-COMUNICAZIONE FACILITATA

Messaggio  maria di nardo il Lun Dic 22, 2008 6:19 pm

"L'autismo e la Comunicazione Facilitata", è dovuta, da una parte, al fatto che ho vissuto da vicino il contatto con un soggetto autistico nel corso nella mia esperienza di tirocinante e dall'altra parte, al fatto che quel bambino faceva uso proprio della Comunicazione Facilitata.
Il mondo dell'autismo mi ha fin da subito affascinato, nonostante non fosse facile rapportarvisi, e anche la strategia della Comunicazione Facilitata mi ha catturato l'attenzione un po' per i risultati che sembrava offrire e un po' per le controversie che si trascina dietro, dinanzi alle quali desideravo acquisire una mia posizione nella maniera più critica possibile.

Per Comunicazione Facilitata si intende (definizione:) un metodo per facilitare la comunicazione in cui un terapista abilitato - il facilitatore - offre un sostegno alla mano o al braccio di un individuo con un deficit nella comunicazione - il facilitato - per aiutarlo ad indicare delle immagini o lettere o ad usare una tastiera per digitare un testo: "comunicare in facilitazione significa scrivere a macchina o indicare figure, lettere e parole. Un facilitatore (un insegnante, un membro della famiglia, un amico o un altro partner di comunicazione) fornisce un supporto fisico, cioè un aiuto nello stabilizzare il braccio o nell'isolare il dito indice, ma, soprattutto, fornisce un supporto emotivo".
Il supporto fisico può essere di tipo mano-su-mano oppure mano-su-braccio. Il facilitatore non guida il facilitato nella scelta, ma piuttosto stabilizza il movimento e, in alcuni casi, effettivamente rallenta la mano della persona che si accinge a compiere una scelta.

maria di nardo

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Comunicazione facilitata...

Messaggio  Debbie il Lun Dic 22, 2008 6:56 pm

La COMUNICAZIONE FACILITATA è stata introdotta in Italia da un genitore, Patrizia Cadei, la cui formazione è stata curata direttamente dal Prof. Biklen, Direttore del suddetto Istituto all’Università di Syracuse. Inizialmente, onde evitare appropriazioni scorrette del metodo, l’informazione e la formazione sono state seguite direttamente dalla Sig.ra Cadei attraverso l’ANGSA (Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici). I risultati sono stati talmente incoraggianti da indurre il Prof. Biklen a sollecitare la formazione di gruppi di supervisione al metodo in vari punti d’Italia.

LA COMUNICAZIONE FACILITATA (CF) E’ CONSIDERATA UNA STRATEGIA DI COMUNICAZIONE AUMENTATIVA/ALTERNATIVA.
il suo utilizzo consente ad una persona con problemi di comunicazione di esprimere, attraverso un intervento graduale, il pensiero intrappolato a causa di una comunicazione verbale nulla, insufficiente o stereotipata.
La CF comporta l’utilizzo di un "mezzo", fotografie, simboli, tastiera di carta, tastiera elettrica, ecc.
Utilizza inoltre un accesso diretto e dipendente per costruire un futuro accesso diretto ma indipendente.
GLI ELEMENTI DELLA TECNICA INCLUDONO:

Supporto fisico
* mai una guida al movimento, semmai un allenamento ad un ben preciso ed individualizzato.

Lavoro strutturato
* iniziando con risposte semplici e prevedibili per arrivare ad una conversazione aperta e spontanea.

Richiesta continua di attenzione
* ignorando, interrompendo o correggendo il linguaggio stereotipato, intervenendo sul comportamento ossessivo incoraggiando il contatto oculare con l’obiettivo

La comunicazione facilitata altro non é che il supporto fisico iniziale mano-su-mano oppure mano-su-braccio, per permettere al soggetto con sindrome autistica o comunque alla persona con problemi di comunicazione, di compiere scelte esatte nell’indicare delle figure, degli oggetti o delle lettere. Il facilitatore NON GUIDA il facilitato nella scelta, ma piuttosto stabilizza il movimento e, in alcuni casi, effettivamente rallenta la mano della persona che si accinge a compiere una scelta.

IL SUPPORTO FISICO AIUTA IL SOGGETTO A SUPERARE ALCUNE DIFFICOLTA’ FISICHE ( NONCHE’ EMOTIVE) SPECIFICHE, QUALI UNO SCARSO COORDINAMENTO OCCHIO-MANO, UN BASSO TONO MUSCOLARE, UN ELEVATO TONO MUSCOLARE, PROBLEMI NELL’ISOLARE O ESTENDERE IL DITO INDICE, PERSEVERANZA NELL’ESECUZIONE DI UN COMPITO, UTILIZZO DI ENTRAMBE LE MANI PER ESEGUIRE UN COMPITO CHE NE RICHIEDEREBBE UNA SOLA, TREMORI, INSTABILITA’ MUSCOLARE, PROBLEMI NELL’INIZIARE UN COMPITO SU COMANDO, IMPULSIVITA’ (Crossley 1990). Con il passare del tempo il supporto regredisce ad un semplice tocco sulla spalla fino ad arrivare all’indipendenza nello scrivere.

STRATEGIE INIZIALI:

-PARLARE AL SOGGETTO ESATTAMENTE COME SI PARLEREBBE AD UN SOGGETTO NON DISABILE DELLA STESSA ETA’;
-SPIEGARE AL SOGGETTO CHE IL SUPPORTO MANO-SU-MANO o MANO-SU-BRACCIO o POLSO SI E’ MOSTRATO EFFICACE CON ALTRI RAGAZZI /RAGAZZE CON DIFFICOLTA’ DI ESPRESSIONE;
-AIUTARE INIZIALMENTE IL SOGGETTO A NON FARE ERRORI, TIRARE VIA LA SUA MANO DA UNA SELEZIONE CHIARAMENTE ERRATA (SE INDICA AD ESEMPIO PER LA TERZA VOLTA UNA STESSA LETTERA);
-RICORDARGLI IN CONTINUAZIONE DI FOCALIZZARE L’ATTENZIONE SUL COMPITO ASSEGNATO (TASTIERA O ALTRO OBIETTIVO);
-INIZIARE SEMPRE E SOLO CON DOMANDE STRUTTURATE, UNA ALLA VOLTA; FATEGLI RIEMPIRE GLI SPAZI VUOTI DI UNA FRASE OPPURE COMPLETARE UNA FRASE INTERROTTA.

La facilitazione permette di compensare i problemi neuromotori la cui importanza non è stata sufficientemente sottolineata nei casi di handicap mentale. E’ un pezzo del rompicapo che mancava al quadro clinico e che ci rivela l’altra faccia dell’autismo. Questi problemi neuromotori sono passati inosservati nelle persone con sindrome autistica, le quali, molto spesso, sono agili nei movimenti riflessi ed automatici. Ma è il controllo volontario del movimento che è in discussione, sia a livello dei movimenti ampi che dei movimenti fini necessari all’esecuzione della parola.
Le persone con autismo possono essere considerate disprassiche e non sono sempre in grado di eseguire movimenti su richiesta; ci mettono troppo tempo a programmarli, non riescono ad iniziarli, continuarli o fermarli.
Queste difficoltà sono state osservate da diversi autori già da anni (Maurer e Damasio, 1982 - Wing e Atwood, 1987), e corrisponderebbero, in parte, a delle anomalie del cervelletto. Un recente studio neuro-anatomico (Courchesne) rivela che 50 soggetti autistici su 53 presentano una ipoplasia dei lobuli 6 e 7 del verme cerebellare e, a volte, una iperplasia. Le lesioni del cervelletto rallentano i movimenti, li rendono imprecisi e obbligano la persona a fare uno sforzo per "pensare" in sequenza alle fasi di preparazione ed esecuzione di una azione.

PERCHE’ E’ NECESSARIO IL CONTATTO FISICO?
Ipotizziamo che alla base del disturbo ci sia un difetto di programmazione e sequenziazione. Tale disturbo influirebbe sulla capacità di organizzare e riadattare in modo volontario i programmi motori. I ragazzi con sindrome autistica presentano una dissociazione automatico-volontaria: chiediamo loro di saltare e non lo fanno, come se non lo sapessero proprio fare, o non comprendessero il comando, ma, dopo un po’ verosimilmente, li vediamo saltare. Chiediamo di pronunciare una lettera e non otteniamo risposta, ma, poco dopo li sentiamo pronunciare una frase che contiene diverse di quelle lettere con le quali aveva fallito la ripetizione, e via dicendo.

Quando si ha un difetto di programmazione, per iniziare un programma motorio è necessario l’aiuto di uno "starter". Il facilitatore ha questa funzione di "starter" che esercita sia con il contatto fisico che con la sollecitazione verbale e il messaggio empatico.
La programmazione di un movimento è una concatenazione e sinergia di eventi e capacità quali:
avere una corretta informazione sulle caratteristiche della stimolazione esterna in entrata (corretta integrazione sensoriale)
corretta integrazione centrale dello stimolo
decisione di agire in un certo modo (intenzionalità)
previsione dello schema motorio necessario per agire
attivazione dello schema motorio e controllo di esso durante il corso dell’azione (corretta propriocezione per il feed-back)
feed-back di ritorno che confermi il fatto che l’atto motorio è stato compiuto secondo le previsioni.
La non funzionalità o l’imperfetta sinergia di una di queste componenti genera la scorretta motricità che, alla fine porterà ad una caduta dell’intenzionalità stessa e al rifiuto di concentrarsi sull’azione da compiere.

COME SI ACCEDE IN ITALIA ALLA COMUNICAZIONE FACILITATA
Attraverso progetti individualizzati. Una persona esperta nell’uso del metodo

Effettua una valutazione di ogni singolo futuro candidato stilando un progetto iniziale e, contemporaneamente, istruendo, attraverso una formazione specifica, ogni singola persona (il facilitatore) che inizierà ad utilizzare la CF con il ragazzo/a facente parte del progetto.
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AUTISMO, COMUNICAZIONE FACILITATA ED INFORMATICA...

Messaggio  Debbie il Lun Dic 22, 2008 7:00 pm

....Sembra che l’utilizzo del computer, al quale il facilitato giunge gradatamente, fornisca buone opportunità ai ragazzi autistici e questo per diversi
motivi, alcuni dei quali riguardano la realtà sensoriale delle persone autistiche, ed altri gli aspetti logici ed emotivi.
Pare che buona parte dei ragazzi autistici utilizzi prevalentemente il canale visivo, privilegiandolo rispetto a quello uditivo, per impadronirsi di informazioni. Molti di loro dichiarano di avere la possibilità di mantenere vivida l’immagine vista, una sorta di fotografia, che è possibile rievocare ed analizzare in momenti successivi
(eiditismo visivo).
Le informazioni scritte, e in particolare le domande che vengono proposte tramite lo schermo del computer, risultano essere comprese meglio di quelle dette a voce. Per altro verso lo schermo al ragazzo facilitato di verificare e controllare ciò che sta esprimendo digitando sulla tastiera.
Il computer poi funziona in modo rigorosamente logico, secondo schemi e procedure definite, ed in genere l’apprendimento dei ragazzi facilitati procede analogamente.
Molto spesso i ragazzi autistici definiscono Il proprio pensiero come un “groviglio” o un “impasto”, che poco spazio concede anche alla pianificazione
del movimento. L’uso della tastiera, secondo la modalità della CF, la digitazione, impone lentezza, ritmo e cadenza, e concede in tale
modo il tempo per l’organizzazione del movimento; consente, inoltre, a quel gomitolo aggrovigliato che è il pensiero di dipanarsi con calma e con
la necessaria lentezza.
Un’altra caratteristica delle persone autistiche è il subire forti situazioni emotive, ed in particolare ansia da prestazione e da esposizione.
Il computer consentirebbe alla persona di esprimersi con altri attraverso un oggetto intermedio, in tale modo l’ansia può essere più facilmente ridotta
o controllata.
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AUTISMO, CUMINICAZIONE FACILITATA... critiche...

Messaggio  Debbie il Lun Dic 22, 2008 7:04 pm

Critiche.... Question
La comunicazione facilitata non ha ottenuto all’interno della comunità scientifica e professionale,
un giudizio unanime rispetto alla sua validità.
L’effetto prodotto ha aperto molti dubbi sull’efficacia della tecnica, per cui si suppone, (a prima
vista), che vi sia un aiuto e non una facilitazione nel raggiungere lo scopo. I dubbi aumentano, poi,
se all’indicare si dichiara una scrittura completa e corretta attribuita al soggetto (Brighenti, Teatin e
Malaffo, 2000).
La questione più spinosa riguarda l’origine della comunicazione prodotta attraverso la facilitazione.
Ci si chiede, infatti, chi sia l’autore dei testi scritti, se il soggetto facilitato o il facilitatore, che
sceglie inconsapevolmente le lettere che vanno a comporre il messaggio. Sono state effettuate
numerose ricerche tese a valutare la validità del metodo. I dati di diversi studi controllati hanno
indicato come la comunicazione facilitata non sia né replicabile né valida (Green, 1994) e che le
risposte prodotte dipendano fortemente dal livello di mediazione attuato dal facilitatore. Sulla base
di questi risultati sono state pronunciate affermazioni molto critiche verso la tecnica, arrivando
perfino a definirla “un’opera di ventriloqui, senza alcuna serietà scientifica” (Schopler, 1992),
nonché “una procedura pseudoscientifica che serve a scopi antiscientifici” (APA, 1995).
Ulteriori critiche riguardano la mancanza di letteratura omogenea che possa costituire una base
teorica su cui fondare gli assunti propri della comunicazione facilitata (Jacobson, Mulick e
Schwartz, 1997); il rischio che essa possa riaprire una “porta” di aspettative fideistiche e
miracolistiche, assolvendo una funzione riparatrice della ferita narcisistica prodotta dalla disabilità,
nel restituire alla famiglia ed al contesto ecosociale, un’immagine normalizzante del soggetto
(Coppa, Sartini e Orena, 2003); l’utilizzo della comunicazione facilitata con soggetti autistici risulta
essere altresì una campo controverso.Rolling Eyes
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Debbie

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Re: la comunicazione facilitata per i soggetti con autismo (Marina Marinelli)

Messaggio  Angela La Mura il Mar Dic 23, 2008 7:01 pm

Veramente un post molto interessante ed informativo.
Grazie Marina e alle altre che hanno allargato l'argomento.

Angela La Mura

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la comunicazione facilitata in Italia

Messaggio  Rossella Accardo il Lun Dic 29, 2008 2:09 pm

La Comunicazione Facilitata è stata introdotta in Italia da un genitore, Patrizia Cadei, la cui formazione è stata curata direttamente dal prof. Biklen, Direttore del già citato Istituto all'Università di Syracuse. Inizialmente, onde evitare appropriazioni scorrette del metodo, l'informazione e la formazione sono state seguite direttamente dalla Sig.ra Cadei attraverso l'ANGSA (Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici). I risultati sono stati talmente incoraggianti da indurre il Prof. Biklen a sollecitare la formazione di gruppi di supervisione al metodo in vari punti d'Italia.
La Cadei, madre di Alberto, un ragazzo affetto da autismo è dunque la prima ad impiegare la tecnica della Comunicazione Facilitata in Italia. Il suo primo contatto con questo metodo è avvenuto per puro caso nel 1992 durante un viaggio negli USA, in seguito al quale Cadei ha contattato Biklen, che le fornì materiale più dettagliato, da cui scaturì quella che si può definire, probabilmente, la prima esperienza di Comunicazione Facilitata in Italia.
Avvantaggiata dall'essere membro dell'Italian Autism Society, la Cadei intraprese un'intensa attività di pubblicizzazione della nuova tecnica, che considerava estremamente positiva, spostandosi per diversi anni attraverso l'Italia, sempre accompagnata dal figlio, che nel frattempo faceva importanti passi avanti verso la scrittura indipendente.
Nel 1997 è stato tenuto a Roma, presso la sede dell'ANGSA, il "Corso di Formazione Pratico per Insegnanti sulla Comunicazione Facilitata con il Bambino Autistico", riconosciuto dalla regione Lazio. D'altronde, l'ANGSA Lazio non era nuova ad attività concernenti la Comunicazione Facilitata: nel 1996 aveva organizzato il "Convegno Internazionale sulla Comunicazione Facilitata", a cui presero parte varie figure rappresentative sia nazionali (Cadei e Benassi) che internazionali (Biklen).
Attualmente, a Roma, è attivo un "Centro Studi sulla Comunicazione Facilitata" diretto da Francesca Benassi, la quale, oltre ad un'intensa attività come facilitatrice, prima presso l'ANGSA Lazio, quindi con la Cooperativa Didasco, ha pure diretto il corso di formazione per insegnanti sopra menzionato, ed inoltre, collabora sin dai primi anni '90 con Cadei che, similmente, ha istituito, insieme all'ANGSA Liguria, un "Centro Studi e Ricerche sulla Comunicazione Facilitata".
La proposta di Cadei è di considerare facilitatori solo le persone che siano state formate presso uno dei centri riconosciuti e che abbiano lavorato per almeno 8 mesi con una persona con disabilità, sotto un'adeguata supervisione. Il Centro Studi sulla Comunicazione Facilitata, ha anche altre regole:


la Comunicazione Facilitata si applica rispettando la consequenzialità di specifiche fasi;

qualsiasi persona con disabilità viene inizialmente preparata da un supervisore esperto che stabilisce il programma da far poi portare avanti alla famiglia, agli insegnanti e agli operatori coi quali la persona dovrà lavorare;

è fortemente sconsigliato l'uso della tecnica agli psicoanalisti, salvo esplicita richiesta del facilitato.

Mentre negli USA, il Facilitated Communication Institute della Syracuse University, in virtù della sua indiscussa autorità in tema di Comunicazione Facilitata, si è fatto carico di fornire delle linee guida sull'applicazione del metodo stesso, in Italia invece è mancata una figura di uguale rilevanza per stabilire parametri circa l'utilizzo della Comunicazione Facilitata.
Recente è un tentativo in questa direzione ad opera di Cadei, a seguito del quale sono nati e attualmente attivi in Italia 12 centri di supervisione (cfr. elenco qui sotto), gestiti da neuropsichiatri, neurologi e due pedagogisti, con il loro staff di terapisti in grado di utilizzare il metodo della Comunicazione Facilitata.
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Rossella Accardo

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Autismo, comunicazione facilitata ed informatica.

Messaggio  napolitano.chiara il Gio Gen 01, 2009 2:57 pm

A proposito di comunicazione facilitata, sembra che l'utilizzo del computer, al quale il facilitato giunge gradatamente, fornisca buone opportunità ai ragazzi autistici e questo per diversi motivi,alcuni dei quali riguardano la realtà sensoriale delle persone autistiche, ed altri aspetti logici ed emotivi.Sembra,che buona parte dei ragazzi autistici utilizzi prevalentemente il canale visivo, privilegiandolo rispetto a quello uditivo, per impadronirsi di informazioni. Molti di loro dichiarano di avere la possibilità di mantenere vivida l’immagine vista,una sorta di fotografia, che è possibile rievocare ed analizzare in momenti successivi (eiditismo visivo). Le informazioni scritte, e in particolare le domande che vengono proposte tramite lo schermo del computer,risultano essere comprese meglio di quelle dette a voce. Per altro verso lo schermo consente al ragazzo facilitato di verificare e controllare ciò che sta esprimendo digitando sulla tastiera.Il computer poi funziona in modo rigorosamente logico, secondo schemi e procedure definite, ed in genere l’apprendimento dei ragazzi facilitati procede analogamente.Molto spesso i ragazzi autistici definiscono il proprio pensiero come un“groviglio” o un “impasto”, che poco spazio concede anche alla pianificazione del movimento. L’uso della tastiera, secondo la modalità della CF (metodo per sviluppare una strategia di comunicazione), la digitazione, impone lentezza,ritmo e cadenza, e concede in tale modo il tempo per l’organizzazione del movimento; consente, inoltre, a quel gomitolo aggrovigliato che è il pensiero di dipanarsi con calma e con la necessaria lentezza.Un’altra caratteristica delle persone autistiche è il subire forti situazioni
emotive, ed in particolare ansia da prestazione e da esposizione.Il computer consentirebbe alla persona di
esprimersi con altri attraverso un oggetto intermedio, in tale modo l’ansia può essere più facilmente ridotta o controllata.

napolitano.chiara

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Re: la comunicazione facilitata per i soggetti con autismo (Marina Marinelli)

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