Ma la normalità esiste?

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Ma la normalità esiste?

Messaggio  adriana di costanzo il Sab Dic 06, 2008 12:30 am

"Che cosa è normale?
Niente. Chi è normale? Nessuno.
Quando si è feriti dalla diversità, la prima reazione non è accettarla, ma di negarla. E lo si fa cominciando a negare la normalità. La normalità non esiste. Il lessico che la riguarda diventa a un tratto reticente, ammiccante, vagamente sarcastico. Si usano, nel linguaggio orale, i segni di quello scritto: "I normali, tra virgolette". Oppure: "I cosiddetti normali". "

Sto leggendo questo libro Nati 2 vollte di Pontiggia. E' breve, scorrevole spero di finirlo.......................................
mi domando spesso dov'è il confine tra la mia considerata normalità e la loro considerata diversità. Se mi paragonate a una non vedente in effetti tra noi c'è una diversità. Se paragonate la stessa ragazza a un'altra non vedente tra loro esiste poca diversità, ma appartengono esse alla categoria della normalità?
Esiste un insieme dove si possono collocare i soggetti effettivamente normali? E un insieme per gli a-normali? Ci sono delle sfumature tra i due insiemi?
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Normalità......

Messaggio  Claudia De Pascale il Sab Dic 06, 2008 4:29 am

Spesso per "normalità" s'intende una qualche capacità condivisa dalla maggioranza e allora sì, esiste, ma la cosa bella dell'umanità è l'infinito numero di diversità, sfaccettature, stranezze e imperferzioni che ci contraddistingue.

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non era previsto....

Messaggio  mariarosaria tarallo il Sab Dic 06, 2008 1:24 pm

dal punto di vista di "requisiti" "parametri" di riferimento, (ad esempio nel caso di malattie mentali), certe individuazioni possono esistere.

In generale, però, prescindendo dal discorso degli aspetti di riferimento (mai esaustivi di tutta la realtà della Persona) secondo me la normalità non esiste.

Nulla è assolutamente, marcatamente definito quando si parla di esseri umani, in particolare.
Anche la distinizione netta uomo/donna, come alcuni studi hanno evidenziato, non è affatto aderente alla realtà dell'essere.
(Ma la nostra Docente ci ha già accennato dell'argomento dell'identità di genere, sul quale conduce alcuni dei suoi studi di ricerca, e quindi sono certa che molti chiarimenti in merito ci verranno da lei).

Tornando al discorso in generale sulla normalità, secondo me non esiste; anzi credo che con i secoli l'esistenza sia stata forzata entro dinamiche ed etichette che ne snaturano il senso stesso, e quindi ciò che oggi spesso è classificato come non normale, o "strano", non era previsto dalla Natura che fosse ridotto a tali definizioni, poiché l'evoluzione non si svolge, secondo me, secondo una linea continua, ma, l'ho da poco scritto nella mia tesi finale alla quale lavoro, cresce, va avanti, come un albero ramificato fin dalle radici ; )
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Re: Ma la normalità esiste?

Messaggio  teresa aligante il Sab Dic 06, 2008 1:29 pm

Si usa il termine "normale" per indicare la "norma" che descrive pensieri e comportamenti che godono dell'approvazione sociale.
All'opposto, il "non essere normale" è tutto ciò che è contrario alla norma e rappresenta perciò una deviazione rispetto al vivere civilmente accettabile.
E qui parte la diffidenza e la paura nei confronti di tutto ciò che viene considerato “non normale”, quindi diverso!!
Detto in questi termini ci rendiamo conto che il concetto di normalità è solo una costruzione sociale, è un’invenzione dell’uomo, non esiste in realtà, è indefinibile, nessuno è normale, nel profondo siamo tutti diversi gli uni dagli altri.

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Re: Ma la normalità esiste?

Messaggio  teresa aligante il Sab Dic 06, 2008 1:31 pm

Vi propongo questo interessante articolo in cui viene definito il concetto di normalità in ambito scientifico:

In ambito scientifico, il concetto di normalità ha un significato profondamente
diverso da quello che sembra attribuirgli il senso comune.

Come è noto, la "normalità" indica, in campo statistico, una
distribuzione secondo quella figura a "campana" descritta dalla curva di Gauss.
In tal senso, dunque, per "normalità" si deve intendere unicamente la
frequenza con cui un carattere si manifesta, il che non vuol dire
affatto che quei caratteri i cui valori non si trovino al “centro della campana” siano "anormali".

E' molto importante definire la profonda differenza che esiste tra
concetto di "normalità" in senso statistico e concetto di "normalità"
nell'ambito delle scienze sociali, le quali, prendendo a prestito un
termine dal linguaggio matematico, lo utilizzano poi in modo del tutto
ambiguo.

Sempre in base a calcoli statistici occorre ricordare che, se si
considera un solo carattere, la probabilità che questo sia normalmente
distribuito in una popolazione, è pari al 95%, ma se si considerano
due caratteri, allora la popolazione che presenta valori normali per
entrambi i caratteri è pari al 90,25% secondo la regola delle
probabilità indipendenti..

Naturalmente, all'aumentare dei caratteri considerati, la probabilità
di una popolazione che presenti, con valori "normali", tutti i
caratteri considerati, diminuisce ancora, il che ci condurce alla
conclusione che, poiché i caratteri fisiologici e morfologici,
statisticamente normali, sono moltissimi, un individuo che li
presentasse tutti, sarebbe di per sé statisticamente non normale.

Se si riflette bene a questa situazione si può facilmente dedurre che
proprio la statistica scoraggia l’idea di perseguire la "normalità" negli
esseri viventi, in quanto, per attuarla, sarebbe necessario pervenire
ad un annientamento di ogni differenza il che avrebbe un impatto non
solo sul processo evolutivo, ma anche sulla vita sociale.

Accettato dunque il fatto che la "diversità" in una popolazione è
carattere "normale", è importante comunque distinguere questo aspetto
da quello che, invece, è considerato "patologico".

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Re: Ma la normalità esiste?

Messaggio  aiello maria il Sab Dic 06, 2008 2:41 pm

io credo che la normalità sia una caratteristica o un atteggiamento che appartiene ed è condivisa dalla maggioranza.
Chi non possiede queste stesse caratteristiche o capacità viene ritenuto a-normale o diverso.
Io credo che non esistano standard che definiscano la normalità nè parametri che connotino la diversità.
Ognuno è diverso dall'altro per cui chiunque merita rispetto per quello che è, e non merita di essere allontanato perchè non possiede determinati prerequisiti che l' uomo ha scelto di definire "normali".
Ogni cosa esistente ha un suo perchè e una sua particolarità e non merita di essere frutto di allontanamento o di eclusione dagli altri, in quanto il confronto con chi è diverso da sè stesso aiuta a migliorare anche la percezione di sè,oltre che degli altri.
GRAZIE cheers

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domanda normalità

Messaggio  Admin il Sab Dic 06, 2008 3:35 pm

dato che il tempo per le lezioni è poco sono felice cHE ABBIATE APERTO QUESTA discussione


Ultima modifica di Admin il Dom Gen 04, 2009 7:01 pm, modificato 2 volte

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Re: Ma la normalità esiste?

Messaggio  angela rivieccio il Sab Dic 06, 2008 3:57 pm

Possiamo dire che sono fuori dalla norma coloro che presentano tempi di sviluppo molto dissimili rispetto a quelli dei coetanei oppure dimostrano di non essere in grado di avvalersi,per disturbi che presentano o per deficit che li hanno colpiti ,delle risorse che gli educatori offrono loro per favorirne gli apprendimenti e la socializzazione.In questo senso il termine "norma"è assunto al di fuori di ogni aspetto valutativo,ma semplicemente come parametro estrapolato dal contesto statistico.
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Re: Ma la normalità esiste?

Messaggio  Angela La Mura il Sab Dic 06, 2008 4:16 pm

Ho già lasciato un messaggio sulla normalità, ma ci tengo a ribadire che per me la normalità e un qualcosa di relativo. Cioè ogni società ha il suo modo di intendere la normalità,ed all'interno di essa ci possono essere dei sottogruppi che adottano altri tipi modelli di normalità. Quindi per me la normalità in senso assoluto non esiste.

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Ma la normalità esiste?

Messaggio  Antonella Lucibello il Sab Dic 06, 2008 6:09 pm

“Le caratteristiche di una persona normale”
E’ il titolo di un articolo (di tale Samuel I. Greenberg dell’università di Miami)
Riassume le caratteristiche della persona sana di mente. Alzi la mano chi ci si ritrova.

1) Non ha paura, è aperta e curiosa e riesce a guardare con serenità ed attenzione il mondo che la circonda.
2) Non teme nuove situazioni e può sopportare rischi ed incertezze; non ha bisogno che ogni cosa sia pianificata e organizzata in precedenza; soprattutto non ha paura di tentare; se non riesce, impara qualcosa dall’esperienza che le sarà utile per fare meglio la volta successiva.
3) I fallimenti e le difficoltà non riescono a distruggerla.
4) E’ realistica [..]; ha una visione precisa delle cose e non confonde ciò che è con ciò che dovrebbe essere .
5) Non cerca l’impossibile ma considera sufficiente fare del suo meglio.
6) Cerca di migliorare ciò che è suscettibile di miglioramento e si rende conto che con grandi fatiche e adeguate motivazioni si possono fare molte cose.
7) Accetta tuttavia anche i propri limiti e non prova disagio per le proprie insufficienze [..]
Cool Accetta le norme convenzionali solo quando le giudica convenienti; [..] egli modifica o rifiuta di adeguare il proprio comportamento quando lo ritiene opportuno.
9) Conserva quei valori che ritiene validi e modifica o rifiuta gli altri, ma li considera comunque suoi valori: con essi può vivere e di essi accetta le responsabiltà.
10) E’ capace di attendere per ottenere la ricompensa.
11) Ascolta gli altri, ma decide da solo e se ne assume la responsabilità.
12) Fa il suo dovere con buona lena e senza grandi storie. E’ capace di lavorare ma anche di giocare. Al contrario del nevrotico, che trova difficoltà nel lavoro e si sente colpevole nel divertimento, il sano riesce bene in ambedue le cose.
13) Semplifica i problemi, cogliendone l’elemento essenziale, mentre il nevrotico sembra renderli tutti molto complicati e confusi.
14) Riesce ad essere coraggioso senza essere avventato, frugale ma non avaro, arrendevole ma non stupido, dignitoso ma non arrogante.
15) Non ha bisogno di cercare la costante approvazione degli altri nè di fornire continue prove delle sue capacità.
16) Non si vergogna delle sue origini, del suo ambiente, dei genitori, della religione o del colore della pelle.
17) Inoltre, senza essere vendicativo od ostile, non si lascia mettere da parte, ma è in grado di parlare fermamente per difendere se stesso e il suo punto di vista.
18) E’ produttivo e creativo.
19) E’ in rapporto continuo con i propri sentimenti e riesce ad esprimerli.
20) Sa chi è, che cosa vuole (anche se non può ottenerlo) e in quale direzione si sta muovendo.
21) Non pensa in termini di “cosa si aspettano da me?”
22) I suoi rapporti con il prossimo sono ottimi.
23) Le persone sono attratte dal suo calore, dalla sua spontaneità, dal suo interesse per la vita. Al contrario chi ha seri disturbi respinge le altre persone, ma cerca solo di impressionare con un comportamento strano, bizzarro od ostile.

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Re: Ma la normalità esiste?

Messaggio  mariarosaria tarallo il Sab Dic 06, 2008 6:44 pm

angela rivieccio ha scritto:In questo senso il termine "norma"è assunto al di fuori di ogni aspetto valutativo,ma semplicemente come parametro estrapolato dal contesto statistico.
angela rivieccio

in effetti c'è bisogno di distinguere più piani anche per questo argomento, e uno dei due piani principali, secondo me, è proprio questo così ben evidenziato nel tuo post, AngelaRivieccio, strettamente collegato al punto di vista proposto da Teresa, legato al concetto di normalità quale costrutto sociale. Ho letto il tuo post, Antonella (Lucibello), e mi ha fatto sorridere un poco poco, ma di tenerezza verso noi esseri umani quando facciamo certi tentativi di classificazioni esaustive di noi stessi in base alla malattia, anzi in base a rigide manifestazioni di essa...quando poi ci sono variabilli che, talvolta, buttano all'aria tutto questo tipo di lavoro meticoloso, frutto certo di osservazioni anche scientifiche, che meritano grande ossequio, tuttavia...nulla di ciò che scopre e produce l'uomo, secondo me ,può avere l'ultima definitiva parola su quella scintilla non contenibile in nessuna certezza, che è l'essenza inconfondibile, e in mutazione anche, di ogni persona.
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Re: Ma la normalità esiste?

Messaggio  ivana.clemente il Sab Dic 06, 2008 6:48 pm

nonostante molte persone hanno tentato di rispondere a questa domanda, per me, la normalità resta ancora un concetto pieno di contraddizioni! mi spiego meglio: molti di noi ogni volta che si parla di normalità risponde "la normalità non esiste, siamo tutti imperfetti", ma nei comportamenti di tutti i giorni queste frasi vengono a mancare! i viene ancora in mente la discussione ch facemmo su Pystorius e sul fatto se lui potesse o meno parteipare alle olimpiadi! se vale ciò che abbiamo detto prima allora Pystorius ha tutti i diritti di partecipare alle olimpiadi, eppure nella nostra discussione ciò non è emerso, anzi abbiamo parlato addirittura di vantaggio delle sue protesi!! allora cos'è la normalità? la domanda ancora resta senza risposta! sembra un puzzle a cui manca qualche pezzo per essere completato!
bacini! iv!
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MA LA NORMALITA ' ESISTE ?

Messaggio  rumolo stefania il Sab Dic 06, 2008 6:58 pm

Sono d’accordo con Angela, il concetto di normalità è relativo non esiste.
Voglio riportarvi un articolo trovato su internet di “Tullio Tommasi” psicologo, che mi sembra interessante :
NORMALITA'
I nani e i giganti non sono normali
perché si discostano molto dalla media statura. Alcuni si accettano, altri no, comunque tutti i troppo alti o i troppo bassi portano con sé un sentimento di anormalità.
Così accade per ogni caratteristica che significativamente dista dalla media.
Se per gli aspetti fisici è relativamente semplice definire le qualità medie e quindi normali (è sufficiente un po' di statistica), più complessa diventa la questione quando si tratta di aspetti comportamentali e mentali. Se, per esempio, mi vesto in modo stravagante non sono normale, in quanto non rispetto certi usi convenzionali della società a cui appartengo. E' noto che usi e costumi cambiano col tempo e con la geografia, quindi appare sensato parlare di convenzioni mutevoli.
Ma la convenzione da dove arriva?
Qui si apre un grande dibattito che, semplificando, potrebbe vedere due contrapposte fazioni. La prima parla di leggi, innate o date da qualche Ente al di fuori di noi. La seconda, che condivido, parla di acquisizione storica all'interno di ogni gruppo sociale: le abitudini, i prodotti umani delle nostre attività, le pratiche e i riti creano una ragnatela di norme che noi diamo per certe, normali. Quando queste abitudini sono ormai consolidate e riconosciute dalla quasi totalità di persone, allora esse diventano scontate e vengono agite automaticamente, senza metterle in discussione.
Wittgenstein parla di giochi linguistici per indicare una serie di convenzioni che, all'interno di un certo contesto, permettono la reciproca comprensione. Ma non esiste un solo gioco, bensì infiniti:
ogni gruppo, società, epoca storica ha i suoi.
Si potrebbe dire che ogni coppia di amanti ha un suo linguaggio, comprensibile solo dai due protagonisti.
Quando dico la parola "tavolo", subito qualsiasi interlocutore sa di cosa sto parlando, ha un suo concetto di un oggetto che è molto simile al mio. Se per caso l'interlocutore non mi capisce attribuisco a lui una anormalità, ovvero una non appartenenza al mio gruppo di riferimento (potrebbe essere un bambino che non ha ancora acquisito il linguaggio, o uno straniero che non capisce l'italiano, o uno fuori di testa).
Il principio di realtà, di cui parla Freud, è quindi un adeguamento a certe norme che fanno assumere significato a tutto quello che è esterno a noi.
Senza un gioco linguistico condiviso ciascuno di noi sarebbe autistico.
Possiamo dunque concludere che la stragrande maggioranza di noi è normale, per certi versi banale: le coordinate di vita che ci permettono di procedere sono pressappoco uguali per tutti, con buona pace di chi si sente fuori dal gregge.
Eppure legata alla parola normalità spesso c'è sofferenza.
Soffre chi si sente troppo normale e chi si sente anormale. Nel primo caso c'è l'incubo del grigiore, della banalità, della mancanza di una vita piena di effetti speciali (vissuti da altri lontano dalla propria vita). Nel secondo caso c'è la solitudine di colui che non si sente riconosciuto in un gruppo.
Il senso di appartenenza è fondamentale e per essere accettato ciascuno di noi sacrifica una parte di sé a delle regole esterne. Questo meccanismo è alla base della costituzione del "falso sé" di cui parla Winnicott. Secondo questo autore, un bambino che non si sente compreso tende a nascondere le sue vere caratteristiche per adeguarsi alle aspettative dei genitori. In tal modo sarà accettato e svilupperà un senso di appartenenza, ma sacrificherà la parte più genuina di se stesso.
Questo atteggiamento si riproporrà nel corso della vita, in forme più o meno gravi. Tale tematica assai nota fa luce sui vari sentimenti di divisione che spesso accompagnano molte vite. Per fare un esempio tra i tanti, è sufficiente ricordare una novella di Pirandello in cui il protagonista era un uomo di successo, stimato, rispettato. Ma nella solitudine del suo studio provava la pulsione di prendere la sua cagnetta per le zampe posteriori per farle fare la carriola nella stanza. Un gesto senza senso, nel disperato tentativo di fare emergere il vero sé soffocato dalla maschera sociale.
Alla parola normalità è associato spesso un certo disprezzo. Ciascuno, sentendosi unico, si riconosce tutt'altro che normale. Quindi la paura del gregge determina formazioni reattive di ribellione per distinguersi. Ciascuno di noi individua _ magari tacitamente _ una o più categorie di persone ritenute "normali" in senso spregiativo, il che ci illude che le nostre vite siano speciali. Anche la persona più grigia e banale avrà in cuor suo un'immagine di qualcuno che è più normale di lei.
Nella nostra società massificata, quindi, diventa ormai un atto di merito atteggiarsi da anormali, contrastando con i propri atteggiamenti le regole d'uso comune. C'è quasi una rincorsa a fare gli strani, senza accorgersi che poi si finisce in un altro contesto usuale che attua un gioco linguistico dove la propria stranezza diventa normalità.
Detto questo, è importante riconoscere che nessuna convenzione, per quanto utile e inevitabile, potrà classificare una singola vita. L'uomo medio non esiste, ma è solo un gioco statistico per cercare di dare sicurezza all'esistenza. La regolarità e la forma sedano l'angoscia proveniente dal caos. Le classificazioni psichiatriche delle varie malattie mentali hanno, tra le altre cose, la funzione di salvaguardare un senso di normalità al quale ci si aggrappa nel momento in cui si può descrivere la malattia. Dunque ciascuno di noi è normale in quanto condivide un sistema di riferimento, anche inconsciamente, ma è anche singolare, ovvero anormale, per le peculiarità che lo caratterizzano.
Spesso questa discrepanza causa malessere profondo in chi si trova diviso tra diverse parti di sé contrastanti.
E' salutare portare alla luce, far vivere la propria essenza, ovvero ciò che si è veramente, senza compromessi di comodo per essere ben accetti. Al contempo non ha senso assumere atteggiamenti superbi o presuntuosi per la propria diversità, in quanto in tal modo ci sarebbe una normalità da combattere, un nemico da affrontare; e il sentirsi anormali comporta sempre un sentimento di esclusione, e quindi di sofferenza.
L'unica soluzione mi pare sia quella di riconoscersi assolutamente normali, qualunque cosa si faccia. Questo non è un inno alla psicosi: se i nostri comportamenti diventassero davvero psicotici, non troveremmo interlocutori che entrano in empatia con noi e avremmo un senso di estraniamento dal mondo quotidiano, con conseguente sofferenza.
Un esempio può forse essere di aiuto. L'omosessualità è l'anormalità per eccellenza. Se una persona omosessuale spera nella normalità sociale avrà una vita di frustrazione, in quanto, a tutt'oggi, la nostra società è basata sulla coppia eterosessuale. Tale persona sarà destinata a vivere nell'ombra.
L'altra possibilità è quella di assumere un atteggiamento di superbia e arroganza, per contrastare la normalità atteggiandosi a diversi che sbandierano il loro essere.
In questo caso c'è comunque un senso di non completa accettazione di se stessi, perché una propria caratteristica diventa la ragione della propria vita (e la vita non si esaurisce nella sessualità e affettività).
Un'altra possibilità, difficile da seguire ma sempre più frequentata, consiste nel sentirsi assolutamente normali, quasi banali.

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Re: Ma la normalità esiste?

Messaggio  adriana di costanzo il Sab Dic 06, 2008 9:30 pm

ma la normalità è paragonabile ad una persona sana ?.In buona salute?la normalità si riferisce ad una maggioranza di persone ,di soggetti ,sono le culture che definiscono i parametri,ma allora xche ,è mi rivolgo soprattutto alle mamme quando aspettiamo un bambino ci auguriamo che esso sia "SANO".xche sappiamo che un bambino "DIVERSO" sarà diverso,che avrà un percorso diverso da un bambino "normale".anche se siamo noi ,la nostra societa che crea il "normale "o il "diverso"è gia la categorizzazione che divide Mad
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normalità?

Messaggio  masullo fiorenza il Dom Dic 07, 2008 8:58 pm

Provo ad esternare all'impronta cosa significa per me questa parola......
La normalità non esiste..cioè purtroppo esiste ma non è 1 cosa fissa..diventa normale quello che la maggior parte delle persone fanno..ogni persona è diversa mentre molti fanno di tutto per diventare normali..non c è una normalità unica ma tante piccole cose che sono etichettate come "normali" e che la gente prova a seguire, qualcuno giustamente se ne frega.....
normale è una parola che serve a definire ciò che non è deviante nella società... Il deviante in una società è coloui il quale non si attiene ( perchè criminale, psciopatico, ecc) alle regole definite dalla società di cui fa parte... in realtà non c'è una definizione universale per definire la normalità, è soltanto una difinizione data per indicare ciò che si attiene all'ambiente in cui si vive
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Re:normalità

Messaggio  chiara.cicione1 il Dom Dic 07, 2008 9:14 pm

E' vero fiorenza sono pienamente d'accordo con te!

chiara.cicione1

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ma poi....

Messaggio  mariarosaria tarallo il Dom Dic 07, 2008 9:51 pm

arricchisce molto léggere tutto quanto un termine ed un concetto richiamano a ciascuno di noi, credo che per lo più siamo d'accordo sul fatto che per normalità s'intenda la risposta di conformità a certi requisiti/parametri, come anche ha espresso Fiorenza.
Se, però, la società riconosce la non assolutezza o meglio la non esaustività di questo termine (normalità) riferito alla Persona, si pone poi il problema di una gestione corretta di quel panorama molto ampio di pluralità che ne deriva; e questo a parole è facile, certo, ma poi è difficile, perché intervengono fattori e variabili di vario ordine. Fa parte della complessità che caratterizza ed è, di fatto, questa vita, il genere umano, la società stessa, il mondo. Ma uno scarso confronto con tale complessità, la mancata assunzione di politiche, anche educative, volte a risolvere quanto sopra, sono tra le cause principali, credo, anche della non integrazione di fatto.
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NORMALIT'... E DIVERSITA'

Messaggio  R. Deborah Gorbari il Dom Dic 07, 2008 10:20 pm

Io mi affianco un po' al pensiero di Fiorenza...
Per me la normalia' esiste, ed esiste nella societ' che riflette nella nostra mente questo (astratto) concetto, potremmo dire che si tratta di un costrutto della ns mente... Cioe' per noi e' considerata "normale" la persona o la situazione che automaticamente rispecchia il concetto di normale...
Quindi alla domanda "la normalita' esiste?", credo che dobbiamo fare appello a cio' che per noi e' normale o meglio che per la soieta', per gli standard...
Ho notato che spesso, alla parola NORMALITA' si associa DIVERSITA'....
Il termine "normalita'" indica LA NORMA (...come DI NOMA dovrbbe essere...) e spesso, molto spesso lo riferiamo ad un modo di essere che goda dell'approvazione sociale. Se si riflette bene, si può facilmente dedurre che proprio la statistica scoraggia di perseguire la "normalità" negli esseri viventi, in quanto, per attuarla, sarebbe necessario pervenire ad un annientamento di ogni differenza il che avrebbe un impatto non solo sul processo evolutivo, ma anche sulla vita sociale....
Molto spesso poi, per riferirsi al concetto di normale, si attraverso il canale della diversita'....
Sono gli "standard sociali" che ci danno "norme di normalita'" o di diversita'!!
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Re: Ma la normalità esiste?

Messaggio  incoglia antonio il Lun Dic 08, 2008 4:54 pm

Normale potremmo definire cioè ke è accettato dalla maggior parte dei membri appertenenti ad un gruppo,in termini numerici,almeno il 51%.
Se in Italia ad esempio è stato scelto come senso di marcia,la guida a sinistra,un autista ke guiderà a destra è ovvio ke risulterà un diverso,il poblema quindi non è nel termine piu opportuno che scegliamo,ma nell accettazione e nel rispetto di quel termine,cosa molto molto difficile però per molte persone che si ritengono non razzisti e poi discirminano chi nn la pensa come loro ideologicamente,politicamente,sportivamente,ecc...
Inoltre però penso ke alle volte proprio il fatto di parlare di questa ricerca quasi sfrenata del termine giusto,possa aumentare incosapevolemente una discriminazione.Cercherò di esprimermi meglio facendo l esempio della diversità in termini di colore della pelle,sperando ke nessuna mi fraintenda..:
un uomo di razza negride,lo si è chiamato in passato negro,poi si è deciso che fosse offensivo e si è passati al termine nero,nn contenti,neanche piu il termine nero è andato bene e si è passati al termine: uomo di colore, che presuppone la domanda:si,ma di che colore?nero! e di conseguenza:ma nero in ke senso? nero,nero che appartiene alla razza negride.
Ora dico io,tutta questa ricerca affannosa del termine giusto,che poi giusto non lo è mai... a che ha portato?ha dato vantaggi a quella categoria il solo cambio del nome? l unica cosa essenziale e fondamentale è ke si rispetti quella categoria!
se mi chiamano bianco,napoletano o uomo di colore bianco non fa nessuna differenza,l importante è ke ci sia rispetto verso di me e viceversa.

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xadriana

Messaggio  Admin il Lun Dic 08, 2008 7:21 pm

ringrazio adriana per aver proposto nel forum questa bella domanda che risuonava in aula già da un pò
e per aver citato questo bel testo....che sicuramente potrebbe arricchirci tutti.

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Re: Ma la normalità esiste?

Messaggio  adriana di costanzo il Lun Dic 08, 2008 11:11 pm

i dubbi sono diventati ancora di piu
penso che il concetto di normalita diventa gia categorizzazione quando si comincia a differenziare.il problema secondo me sta nell'espressione personale del concetto non si puo concepire una considerazione personale su di una realta del genere .si dovrebbe provveddere ad educare i bambini che non c'è diversita che siamo tutti normali .solo cosi si potrebbe superare il problemo del preconcetto.
Ma allora mi domando quale potrebbe essere la strada non solo di noi insegnanti ,ma anche di genitori di riuscire in questo ?i bambini piccoli a volte sono spietati gia con i compagni ................normodotati,la strada è lunga è difficile Sad
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Re: Ma la normalità esiste?

Messaggio  rita_anvg il Lun Dic 08, 2008 11:33 pm

Io ho sempre pensato alla normalità come un concetto creato dall'uomo per classificare come "normale" qualcuno ke fa cose consuete; ma è proprio questo il punto ,la consuetudine non esiste.
Il mondo cambia di giorno in giorno è sempre diverso nella sua collettività ,allora perchè non può farlo anche l'individuo?
La normalità è solo una nostra invenzione, ma tra l'altro chi stabilisce i canoni di normalità? chi ha questo diritto?
Io penso proprio nessuno.
Buona serata Smile
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Re: Ma la normalità esiste?

Messaggio  adriana di costanzo il Lun Dic 08, 2008 11:53 pm

io non penso che sia creato dall'uomo questa puo essere 1 considerazione "filosofica"la normalita non la stabilisce nessun individuo io penso sia riferita al concetto di utilita in un sistema di societa produttiva dove chi non produce viene messo fuori
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oltre i termini...

Messaggio  mariarosaria tarallo il Mer Dic 10, 2008 12:18 am

ringraziando ancora una volta tutti per quanto riuscite a condividere con noi tutti colleghi, vorrei evidenziare per un attimo il contributo di Antonio I. , soprattutto per quanto riguarda le conclusioni finali. Sono d'accordo con te, Antonio, sia per quanto riguarda i rischi della ricerca di termini "giusti", sia per quanto riguarda la necessità di andare al dunque, nella vita concreta, e cioè, come tu hai ben evidenziato, al rispetto dell'altro nel suo modo di essere, fisico, ad esempio.Questa cosa, però, secondo me non semplifica la questione, nel senso che è molto difficile e arduo il cammino per arrivare a questo...sono pochi che ne sentono la necessità a livello decisionale nelle varie società del globo.
IL riconoscimento della Persona in quanto tale, acquisito, ormai, dalla maggior parte delle società, in realtà è solo apparente, di fatto tale riconoscimento porterebbe alla fine di determinate prerogative di singoli e gruppi di uomini e donne in questo mondo, metterebbe a rischio innumerevoli privilegi, tanto per dirne una. Farebbe traballare tanti sistemi al momento ancora stabili, che non si ha certo voglia di superare.
Anche le pretese universalistiche degli Stati Occidentali, ben mascherati del migliore filantropismo e di lodevole solidarietà, si traducono poi nella globalizzazione e nell'annullamento delle identità, ad esempio, di tante minoranze. Resto convinta che l'Educazione debba imboccare la strada accennata dal Collega Antonio nelle sue conclusioni, ma per strategie e modalità di attuazione di tali necessità...occorrono, anche in questo caso, sinergie pazientemente costruite nel tempo.
Cari saluti.
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la normalita

Messaggio  giuliana di girolamo il Mer Dic 10, 2008 6:55 pm

la normalita esiste?????che bella domanda.
Pensando sento di dirti che secndo me NO,non esiste,in effetti anche noi non siamo perfetti e completamente normali,solo perchè alcuni soggetti non sono perfetti fisicamente non possiamo dire che non siano normali

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