Ma la normalità esiste?

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DAL MIO PUNTO DI VISTA,PER ANTONIO,MA ANCHE PER TUTTI GLI ALTRI

Messaggio  Antonella Rivellino il Gio Dic 11, 2008 8:03 pm

incoglia antonio ha scritto:
Ora dico io,tutta questa ricerca affannosa del termine giusto,che poi giusto non lo è mai... a che ha portato?ha dato vantaggi a quella categoria il solo cambio del nome? l unica cosa essenziale e fondamentale è ke si rispetti quella categoria!
se mi chiamano bianco,napoletano o uomo di colore bianco non fa nessuna differenza,l importante è ke ci sia rispetto verso di me e viceversa.


[color=blue]DAL MOMENTO CHE LA TEMATICA A CUI HO RISPOSTO E' UN PO' FUORI TOPIC,
HO SPOSTATO IL MIO CONTRIBUTO QUI:


IL MIO PUNTO DI VISTA PER ANTONIO INCOGLIA E PER TUTTI :http://psicpedagogia.6forum.info/il-tuo-primo-forum-f1/le-parole-sono-importanti-t30.htm#2579


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ma la normalita' esiste?

Messaggio  tesone andreana il Gio Dic 11, 2008 8:48 pm

Io penso che un parametro di normalita' non esiste.
Sono convinta che proprio le differenze invece possono dar luogo a degli arricchimenti e stimolanti confronti, proprio come stiamo facendo tutte noi a questo forum.

tesone andreana

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la normalità esiste?

Messaggio  Rosaria Kaiser il Dom Dic 14, 2008 2:17 am

Alla parola normalità è associato spesso un certo disprezzo. Ciascuno, sentendosi unico, si riconosce tutt'altro che normale. Quindi la paura del gregge determina formazioni reattive di ribellione per distinguersi. Ciascuno di noi individua _ magari tacitamente _ una o più categorie di persone ritenute "normali" in senso spregiativo, il che ci illude che le nostre vite siano speciali. Anche la persona più grigia e banale avrà in cuor suo un'immagine di qualcuno che è più normale di lei.
Nella nostra società massificata, quindi, diventa ormai un atto di merito atteggiarsi da anormali, contrastando con i propri atteggiamenti le regole d'uso comune. C'è quasi una rincorsa a fare gli strani, senza accorgersi che poi si finisce in un altro contesto usuale che attua un gioco linguistico dove la propria stranezza diventa normalità.
Detto questo, è importante riconoscere che nessuna convenzione, per quanto utile e inevitabile, potrà classificare una singola vita. L'uomo medio non esiste, ma è solo un gioco statistico per cercare di dare sicurezza all'esistenza. La regolarità e la forma sedano l'angoscia proveniente dal caos. Le classificazioni psichiatriche delle varie malattie mentali hanno, tra le altre cose, la funzione di salvaguardare un senso di normalità al quale ci si aggrappa nel momento in cui si può descrivere la malattia. Dunque ciascuno di noi è normale in quanto condivide un sistema di riferimento, anche inconsciamente, ma è anche singolare, ovvero anormale, per le peculiarità che lo caratterizzano.
Spesso questa discrepanza causa malessere profondo in chi si trova diviso tra diverse parti di sé contrastanti.
E' salutare portare alla luce, far vivere la propria essenza, ovvero ciò che si è veramente, senza compromessi di comodo per essere ben accetti. Al contempo non ha senso assumere atteggiamenti superbi o presuntuosi per la propria diversità, in quanto in tal modo ci sarebbe una normalità da combattere, un nemico da affrontare; e il sentirsi anormali comporta sempre un sentimento di esclusione, e quindi di sofferenza. Very Happy ciao adriana

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Re: Ma la normalità esiste?

Messaggio  Angela Riv. il Dom Dic 14, 2008 2:28 pm

Io credo che la normalità è del tutto soggettiva...una moltitudine di persone che si comporta nello stesso modo diventa la normalità.ma cosa è realmente la normalità?chi può dirlo?Una cosa che per me è normale,per voi può non esserlo!!!
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Re: Ma la normalità esiste?

Messaggio  rita_anvg il Dom Dic 14, 2008 8:33 pm

Angela Riv. ha scritto:Io credo che la normalità è del tutto soggettiva...una moltitudine di persone che si comporta nello stesso modo diventa la normalità.ma cosa è realmente la normalità?chi può dirlo?Una cosa che per me è normale,per voi può non esserlo!!!
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Angela concordo con te Smile infatti la mia conclusione momentanea è che:la normalità non esiste! o almeno non esiste una normalità universale Rolling Eyes
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La normalità

Messaggio  carmela.romano il Dom Dic 14, 2008 9:49 pm

Cioa ragazze, nel leggere le vostre discussioni mi sono documentata e ...

Il concetto di normalità.
Quando è possibile reputare una persona: "malata mentalmente"? Dove finisce la salute e inizia una esistenza dominata dal dolore psichico?

Si tratta di interrogativi che la psichiatria e la psicologia clinica hanno dovuto affrontare da sempre. Prima dell’opera di S. Freud la psichiatria classica distingueva con rigidità le persone dette "sane", da coloro che erano considerati i "malati mentali", senza possibilità di zone intermedie, dove normalità e patologia potevano incontrarsi.

La paura, o l’orrore che derivava dalla condotta "strana" a volte violenta o irridente del "folle", aveva provocato, nella storia, diverse idee sulla natura della malattia stessa. Si trattava spesso di concetti con cui la scienza non aveva nulla a che vedere. Idee popolari, miste a principi superstiziosi o a credenze pseudo-religiose, avevano finito col generare l’opinione che il malato di mente fosse una creatura demoniaca; la sua "degenerazione" mostrava l’esempio evidente di ciò a cui poteva ridursi l’uomo, una volta che il demonio si fosse impossessato della sua anima.

In altri casi la follia era ricondotta invece all’emergere delle più bieche ed animalesche tendenze umane, ed in altri ancora il malato mentale non veniva addirittura riconosciuto come persona umana, ma trattato alla stregua di una bestia feroce.

In realtà la "diversità" che manifesta la malattia, nella sua forma più evidente, la follia, ha da sempre acceso la fantasia popolare, suscitando immagini paurose, da cui doversi difendere.

L’idea che il "matto" fosse in preda a spiriti maligni o l’espressione della malevolenza di un qualche dèmone era diffusa in tutta l’antichità, ma anche la ben più evoluta civiltà del Rinascimento non aveva rinunciato a considerare la malattia mentale con atteggiamento superstizioso. Nell’età della Ragione e dell’Armonia rimane prevalente la spiegazione religiosa che evoca maledizioni e la necessità di purgare il peccato mediante strumenti terribili come la tortura e il rogo. Al malato mentale, la sua comparsa, vengono ricondotte tutte le calamità naturali, le carestie, le ondate di pestilenza.

L’orrore, la paura profonda della follia, evoca altro orrore e l’intolleranza. Dalla fine del Quattrocento vengono perciò bruciati vivi centinaia di migliaia di "streghe" e "maghi", fra i quali la maggioranza era costituita da malati psichiatrici.

Altrettanti, e forse molti di più, venivano invece condotti fuori dalle mure delle città, e abbandonati al loro destino. Talora erano costretti a vivere errando per le campagne, costretti a sfamarsi mediante il furto o l’elemosina, ma più spesso si riunivano in gruppi nomadi.

L’invenzione dei reclusori, come luoghi di segregazione del "malato mentale" a scopo di "difesa sociale", nascono fra il Sei e il Settecento ed anche se talora vengono definiti col nome di Ospedali, con quelli odierni non hanno nulla da dividere. È solo con la creazione del Manicomio - luogo preposto a cure mediche e a "tutela" della persona ammalata - che si inizia a considerare la sofferenza del "folle" come motivazione per un suo trattamento sanitario, e quindi ha inizio un vero e proprio processo terapeutico. Ma siamo già nell’Ottocento.

Il Novecento condivide la grande evoluzione scientifica che ha portato alla elaborazione di numerosi progetti terapeutici: dall’invenzione degli psicofarmaci alla definizione di diversi indirizzi di psicoterapia. È anche l’epoca della deistituzionalizzazione delle strutture manicomiali e la nascita di una psichiatria sociale. Ma di questo ci occuperemo nel prossimo paragrafo.

Parallelamente al concetto di patologia, anche quello di normalità ha subito una profonda modificazione nel tempo.

Oggi gli psicologi e gli psicopatologi sono molto più prudenti nell’individuare una netta linea di demarcazione fra malattia e salute mentale. Le loro opinioni convergono nel ritenere un essere umano in condizioni di "stato normale", quali che siano i loro problemi profondi, nel momento in cui è in grado di manifestare un buon adattamento ambientale, senza rimanere bloccato di fronte a conflitti particolarmente acuti, senza farsi respingere dagli altri, nonostante le differenze che si strutturano nelle relazioni con loro.

"La cosiddetta persona che "sta bene" - spiega lo psicopatologo francese Jean Bergeret - non sarebbe soprattutto un malato che ignora se stesso, ma un soggetto che porterebbe in sé fissazioni conflittuali tali da configurarlo come malato come molti altri, ma che non avrebbe incontrato sulla sua strada difficoltà interne alle sue facoltà personali di difesa e di adattamento, e che si permetterebbe un gioco abbastanza elastico dei suoi bisogni pulsionali, dei suoi processi primari e secondari, sul piano sia personale che sociale, tenendo in giusto conto la realtà" (1990).

Nella definizione di Bergeret entrano numerosi concetti collegati alla nuova immagine della normalità di cui oggi disponiamo.

In primo luogo occorre notare come permanga un’area di "conflitto psichico" anche all’interno della persona considerata "sana". Da ciò discende l’idea che la persona in salute possa, in ogni momento, entrare in una condizione patologica, qualora i problemi della vita la colgano impreparata e quindi non renda più possibile un suo adattamento ambientale.

La salute, come la malattia, acquista un senso di relatività e non di assolutezza.

Secondariamente Bergeret pone attenzione sia alle caratteristiche bio-psicologiche, profonde di ogni individuo, sia a quelle relative all’ambiente.

Malato non è colui che possiede una struttura biologica "debole", o meglio, non basta questo per qualificare la propensione alla malattia. Altrettanto valore posseggono le viariabili esterne. Vale per tutti l’esempio dello sciamano nelle culture dei popoli di natura.

Il diventare "sciamano" o "uomo-medicina" non è prerogativa di tutti i componenti del gruppo: occorre manifestare "segni" particolari, doti eccezionali, poiché lo sciamano è colui che "cura" i rapporti con il mondo dello Spirito e quindi ha accesso ad aspetti della realtà che non sono comuni.

Spesso lo sciamano deve avere superato prove molto dure, a volte durissime, come la sopravvivenza in condizioni estreme. Presso gli Esquimesi, nessun uomo può essere sciamano se non ha superato l’ostacolo più grande: avere vinto la morte. Superare la morte, vincerla in un qualche modo rappresenta un’azione magica che viene collocata al centro di numerose credenze religiose. La stessa religione cristiana crede nel Cristo Salvatore, che si incarna, soffre, muore e risorge per il Bene dell’umanità.

I segni che indicano la strada a un uomo destinato a diventare "uomo-medicina" sono descritti in modo diverso nelle varie culture. I Lakota hanno grande attenzione alle "visioni" e cioé a momenti di incanto in cui si presentano immagini fantastiche, capaci di comunicare a chi le coglie le comunicazioni misteriose degli spiriti naturali o del Grande Spirito.

La grande visione di Alce Nero ne rappresenta uno straordinario esempio. Nuvola Rossa d’altra parte affermava che "Ogni uomo ha la sua visione. E quando arriva questo momento, egli la deve seguire come l’Aquila segue l’azzurro del cielo".

Le visioni, i comportamenti originali, possono essere visti nella nostra cultura come manifestazioni di malattie mentali: sintomi di un disagio. Un tempo poteva condurre al Manicomio, alla reclusione, e questo, immancabilmente, provocava un peggioramento della condizione di salute del "visionario", il quale, in breve tempo iniziava a comportsrsi esattamente come gli psichiatri avrebbero voluto e cioé come un perfetto "matto".

Nella cultura Lakota il "visionario" reca il segno del comando, della saggezza, della comunicazione col mondo sacro; è stimato e onorato. A lui e non ad altri spetta un posto sociale di grande rango e prestigio. Nella cultura occidentale viene classificato come "delirante" e vive un profondo disadattamento psichico: è un malato.

Con questo non si intende colpevolizzare la cultura dell’Occidente, ma mettere in evidenza come lo stesso fenomeno possa avere conseguenze diametralmente opposte all’interno di culture diverse.

L’ambiente è corresponsabile del rischio di malattia.

L’ultimo aspetto su cui occorre soffermarsi circa l’affermazione di Bergeret riguarda il rapporto con la realtà, e cioé l’idea che l’area del normale possegga una giusta visione delle cose nella loro obiettività e non sia invece troppo deformata dalle condizioni interne, deformate dalle fantasie mentali.

Anche in questo caso la norma coincide con la possibilità di compiere un esame di realtà condiviso con altri, per allinearsi con una opinione comune abbastanza convergente.

Non si tratta però di qualcosa di valido assolutamente, ma della semplice "common life", come la esprimono gli inglesi, e cioé il frutto di una convenzione, condivida a livello sociale.

Tutto questo provoca una idea di normale e di patologico molto meno suddivisibili in campi separati in modo definitivo, per far spazio a opinioni in cui il patologico coincide col disadattativo, col disagio che deriva dall’estraniazione dal vissuto sociale condiviso, con grandi dispendi di energia da parte dei cosiddetti "pazienti".

Per questo motivo la psicopatologia ha dovuto modificare fortemente le sue convinzioni, per giungere a una classificazione molto diversa da quella classica ottocentesca.

Carmela Romano

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Re: Ma la normalità esiste?

Messaggio  Emilia Caporaso il Dom Dic 14, 2008 9:57 pm

La normalità esiste perchè vogliamo farla esistere...per renderla inesistente, non dovremmo proprio definirla perchè ciò che non è definito non esiste...ma siccome siamo esseri umani e adoriamo arrovellarci il cervello, ecco che ci chiediamo che cos'è e se esiste!

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Re: Ma la normalità esiste?

Messaggio  mariarosaria tarallo il Lun Dic 15, 2008 2:16 am

Emilia Caporaso ha scritto:La normalità esiste perchè vogliamo farla esistere...per renderla inesistente, non dovremmo proprio definirla perchè ciò che non è definito non esiste...ma siccome siamo esseri umani e adoriamo arrovellarci il cervello, ecco che ci chiediamo che cos'è e se esiste!

ciao, nell'ottica sempre di un confronto sereno e democratico, che ammette anche pareri contrastanti, mi permetto di aggiungere una mia personale opinione, discutibile.

Sarebbe bello non dover parlare di normalità, e di tante cose che dovrebbero essere acquisite in una società civile. Tuttavia non è così, noi potremmo pure non definire la normalità e la diversità in generale, ma non risolveremmo proprio nulla, perchè ciò non aiuterebbe, da solo, nel senso della integrazione.
Intendevo proprio questo quando, in aula, a proposito della discussione che proposi tempo fa e ancora in corso, "Le parole sono importanti", dissi che non dobbiamo abbandonare le parole nelle mani di coloro che detengono il potere di fare con le parole ciò che vogliono di una società e delle sorti di tanti individui. Pur non definendo più certe cose, come la normalità, appunto, nell'immaginario collettivo persisterebbe quella linea netta di demarcazione tra normalità e non normalità.

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Cosa è la normalità, o di quale normalità si tratta?

Messaggio  catia.dellomo il Ven Dic 26, 2008 5:22 pm

Innanzitutto si deve ricordare che non esiste solo la diversità del disabile. Di «diversità» se ne registrano tante nella nostra società: diversità dovute alla mancanza di quei beni materiali che sono generalmente diffusi in un
dato contesto sociale; diversità legate al fatto che si appartiene a minoranze etniche, linguistiche, culturali e/o religiose; diversità che nascono dalle ideologie politiche.
È tremendamente vero, però, che i «grandi diversi» sono ancora oggi i disabili che, per uno svantaggio permanente, non sono in grado di partecipare alla vita senza aiuti speciali. In base a una prospettiva culturale perversa, i «diversi» costituiscono quella categoria di persone che mettono a repentaglio il tuo schema mentale, che ti costringono a rivedere i tuoi parametri cognitivi. In una parola, uno considera «diverso» colui che lo induce a mettere in discussione il proprio quadro di riferimento culturale.La cultura della diversità, purtroppo, è ancora vistosamente assente dalla media della gente. Ed è assente anche in molti responsabili
delle istituzioni civili, sociali e pedagogiche, che – trincerati nella propria «normalità» – pensano di avere la coscienza a posto perchéfanno qualche «buona azione» nei confronti di chi è disabile.
Troppo spesso si dimentica che la diversità implica un intreccio sottile di rapporti nella vita quotidiana ed esprime una presenza che è specifica (quella del disabile) e – nello stesso tempo – collegata alla realtà sociale, nella
quale convivono sani e malati, «normali» e «diversi». Triste realtà sotto gli occhi di tutti (e di essa
spesso le cronache danno notizia) è il fatto che in molti contesti il disabile è ancora discriminato,
o viene sopportato con «benevola sufficienza»: in particolare nei luoghi in cui è prevista in forma istituzionale la sua presenza (più per beneficenza che riconoscimento di un diritto).
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normalità e didabilità

Messaggio  Diana Maria Teresa il Dom Dic 28, 2008 8:21 pm

Salve!
Spesso mi sono chiesta cos'è la normalità e chi è normale?
Io penso che la normalità confome alla norma, risponde a quei i parametri standard comuni alla maggior parte degli uomini.Per me la disabilità non appartiene ad una categoria di persone, ma disabile può diventare chiunque a seguito di un incidente , un periodo particolarmente difficile, può incontrare difficoltà a relazionarsi con gli altri, sentirsi inadeguato ecc..

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la normalità

Messaggio  Rossella Accardo il Lun Dic 29, 2008 1:50 pm

i nani e i giganti non sono normali perché si discostano molto dalla media statura. Alcuni si accettano, altri no, comunque tutti i troppo alti o i troppo bassi portano con sé un sentimento di anormalità.
Così accade per ogni caratteristica che significativamente dista dalla media.
Se per gli aspetti fisici è relativamente semplice definire le qualità medie e quindi normali (è sufficiente un po' di statistica), più complessa diventa la questione quando si tratta di aspetti comportamentali e mentali. Se, per esempio, mi vesto in modo stravagante non sono normale, in quanto non rispetto certi usi convenzionali della società a cui appartengo. E' noto che usi e costumi cambiano col tempo e con la geografia, quindi appare sensato parlare di convenzioni mutevoli.
Ma la convenzione da dove arriva?
Qui si apre un grande dibattito che, semplificando, potrebbe vedere due contrapposte fazioni. La prima parla di leggi, innate o date da qualche Ente al di fuori di noi. La seconda, che condivido, parla di acquisizione storica all'interno di ogni gruppo sociale: le abitudini, i prodotti umani delle nostre attività, le pratiche e i riti creano una ragnatela di norme che noi diamo per certe, normali. Quando queste abitudini sono ormai consolidate e riconosciute dalla quasi totalità di persone, allora esse diventano scontate e vengono agite automaticamente, senza metterle in discussione.
Wittgenstein parla di giochi linguistici per indicare una serie di convenzioni che, all'interno di un certo contesto, permettono la reciproca comprensione. Ma non esiste un solo gioco, bensì infiniti:
ogni gruppo, società, epoca storica ha i suoi.
Si potrebbe dire che ogni coppia di amanti ha un suo linguaggio, comprensibile solo dai due protagonisti.
Quando dico la parola "tavolo", subito qualsiasi interlocutore sa di cosa sto parlando, ha un suo concetto di un oggetto che è molto simile al mio. Se per caso l'interlocutore non mi capisce attribuisco a lui una anormalità, ovvero una non appartenenza al mio gruppo di riferimento (potrebbe essere un bambino che non ha ancora acquisito il linguaggio, o uno straniero che non capisce l'italiano, o uno fuori di testa).
Il principio di realtà, di cui parla Freud, è quindi un adeguamento a certe norme che fanno assumere significato a tutto quello che è esterno a noi.
Senza un gioco linguistico condiviso ciascuno di noi sarebbe autistico.
Possiamo dunque concludere che la stragrande maggioranza di noi è normale, per certi versi banale: le coordinate di vita che ci permettono di procedere sono pressappoco uguali per tutti, con buona pace di chi si sente fuori dal gregge.
Eppure legata alla parola normalità spesso c'è sofferenza.
Soffre chi si sente troppo normale e chi si sente anormale. Nel primo caso c'è l'incubo del grigiore, della banalità, della mancanza di una vita piena di effetti speciali (vissuti da altri lontano dalla propria vita). Nel secondo caso c'è la solitudine di colui che non si sente riconosciuto in un gruppo.
Il senso di appartenenza è fondamentale e per essere accettato ciascuno di noi sacrifica una parte di sé a delle regole esterne. Questo meccanismo è alla base della costituzione del "falso sé" di cui parla Winnicott. Secondo questo autore, un bambino che non si sente compreso tende a nascondere le sue vere caratteristiche per adeguarsi alle aspettative dei genitori. In tal modo sarà accettato e svilupperà un senso di appartenenza, ma sacrificherà la parte più genuina di se stesso.
Questo atteggiamento si riproporrà nel corso della vita, in forme più o meno gravi. Tale tematica assai nota fa luce sui vari sentimenti di divisione che spesso accompagnano molte vite. Per fare un esempio tra i tanti, è sufficiente ricordare una novella di Pirandello in cui il protagonista era un uomo di successo, stimato, rispettato. Ma nella solitudine del suo studio provava la pulsione di prendere la sua cagnetta per le zampe posteriori per farle fare la carriola nella stanza. Un gesto senza senso, nel disperato tentativo di fare emergere il vero sé soffocato dalla maschera sociale.
Alla parola normalità è associato spesso un certo disprezzo. Ciascuno, sentendosi unico, si riconosce tutt'altro che normale. Quindi la paura del gregge determina formazioni reattive di ribellione per distinguersi. Ciascuno di noi individua _ magari tacitamente _ una o più categorie di persone ritenute "normali" in senso spregiativo, il che ci illude che le nostre vite siano speciali. Anche la persona più grigia e banale avrà in cuor suo un'immagine di qualcuno che è più normale di lei.
Nella nostra società massificata, quindi, diventa ormai un atto di merito atteggiarsi da anormali, contrastando con i propri atteggiamenti le regole d'uso comune. C'è quasi una rincorsa a fare gli strani, senza accorgersi che poi si finisce in un altro contesto usuale che attua un gioco linguistico dove la propria stranezza diventa normalità.
Detto questo, è importante riconoscere che nessuna convenzione, per quanto utile e inevitabile, potrà classificare una singola vita. L'uomo medio non esiste, ma è solo un gioco statistico per cercare di dare sicurezza all'esistenza. La regolarità e la forma sedano l'angoscia proveniente dal caos. Le classificazioni psichiatriche delle varie malattie mentali hanno, tra le altre cose, la funzione di salvaguardare un senso di normalità al quale ci si aggrappa nel momento in cui si può descrivere la malattia. Dunque ciascuno di noi è normale in quanto condivide un sistema di riferimento, anche inconsciamente, ma è anche singolare, ovvero anormale, per le peculiarità che lo caratterizzano.
Spesso questa discrepanza causa malessere profondo in chi si trova diviso tra diverse parti di sé contrastanti.
E' salutare portare alla luce, far vivere la propria essenza, ovvero ciò che si è veramente, senza compromessi di comodo per essere ben accetti. Al contempo non ha senso assumere atteggiamenti superbi o presuntuosi per la propria diversità, in quanto in tal modo ci sarebbe una normalità da combattere, un nemico da affrontare; e il sentirsi anormali comporta sempre un sentimento di esclusione, e quindi di sofferenza.
L'unica soluzione mi pare sia quella di riconoscersi assolutamente normali, qualunque cosa si faccia. Questo non è un inno alla psicosi: se i nostri comportamenti diventassero davvero psicotici, non troveremmo interlocutori che entrano in empatia con noi e avremmo un senso di estraniamento dal mondo quotidiano, con conseguente sofferenza.
Un esempio può forse essere di aiuto. L'omosessualità è l'anormalità per eccellenza. Se una persona omosessuale spera nella normalità sociale avrà una vita di frustrazione, in quanto, a tutt'oggi, la nostra società è basata sulla coppia eterosessuale. Tale persona sarà destinata a vivere nell'ombra.
L'altra possibilità è quella di assumere un atteggiamento di superbia e arroganza, per contrastare la normalità atteggiandosi a diversi che sbandierano il loro essere.
In questo caso c'è comunque un senso di non completa accettazione di se stessi, perché una propria caratteristica diventa la ragione della propria vita (e la vita non si esaurisce nella sessualità e affettività).
Un'altra possibilità, difficile da seguire ma sempre più frequentata, consiste nel sentirsi assolutamente normali, quasi banali.
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Re: Ma la normalità esiste?

Messaggio  mariarosaria tarallo il Ven Gen 02, 2009 12:39 am

mi è piaciuta molto questa analisi che hai proposto, Rossella.
Sono d'accordo anche su quanto hai evidenziato a proposito del tentativo, diffuso oggi, di essere "inusuali", in risposta alla società massificata, anche se non sempre è facile rilevare se questo ricerca di "inusualità" è fine a se stessa o se l'essere diverso rispetto agli standard è una scelta lucida e consapevole, attraverso la quale si è semplicemente se stessi, senza proteste verso il sistema. I casi sono tanti e tante le motivazioni e le possibilità.
NOn aggiungo altro, solo ti ringrazio per l'interessante post.
Cari saluti, ciao e ti rinnovo gli auguri per un anno pieno di serenità, ciao ; )

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Re: Ma la normalità esiste?

Messaggio  incoglia antonio il Ven Gen 02, 2009 4:13 pm

Il termine normalità deriva dall aggettivo normale che indica colui che si attiene alla norma ovvero una regola seguita per consuetudine scelta QUASI sempre dalla maggior parte del gruppo nel quale applicarla.Esiste la normalità,solo che ne esistono semplicemente più di una,basti pensare che anche in geometria esiste una normalità,ad esempio per indicare una retta perpendicolare ad un piano,si può anche dire: una retta normale ad un piano...

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NORMALITA'

Messaggio  rosa nobis il Ven Gen 02, 2009 9:13 pm

IN REALTA' SONO UN PO' CONFUSA SUL SIGNIFICATO DI NORMALITA',PERCHE' IN EFFETTI NON ESISTE,LA INTERPRETO COME UN COMPORTAMENTO SOCIALE CONDIVISO,CIOE' COMPORTARSI COME LA NORMA E QUINDI LA SOCIETA'CI CHIEDE E SI ASPETTA.LA NORMALITA' E' RELATIVA PERCHE TUTTI SIAMO DIVERSI,NON SEMPRE INTERPRETIAMO E RISPONDIAMO AGLI EVENTI IN MODO EGUALE. santa

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Re: Ma la normalità esiste?

Messaggio  Roberta Romano il Sab Gen 03, 2009 12:11 pm

credo che sia una costruzione sociale.... una categoria che cambia nel corso del tempo e della storia, delle culture, dei "modi di pensiero". E' una sorta di scatola che contiene una serie di "leggi" socialmente costruite e spesso condivise.........................
da "DECOSTRUIRE"!!!

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Re: Ma la normalità esiste?

Messaggio  Roberta Romano il Dom Gen 04, 2009 3:44 pm

Il bisogno della norma, allontanato dalla porta, si riaffaccia ancora più temibile dalla finestra.
Si finisce così per rafforzarlo, come un virus reso invulnerabile dalle cure per sopprimerlo.
Non è negando le differenze che lo si combatte, ma modificando l’immagine della norma»
(Pontiggia G., Nati due volte)

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x roberta

Messaggio  adriana di costanzo il Mar Gen 06, 2009 7:48 pm

hai letto anche tu il libro di Pontiggia?
Sei riuscita a terminarlo? Basketball
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Perché nostro figlio è handicappato?

Messaggio  adriana di costanzo il Mar Gen 06, 2009 7:52 pm

Perché nostro figlio è handicappato?
Perché è capitato proprio a noi?
Cosa vuoi dire?
Cosa dobbiamo fare?
Chi ci può dare una mano?
Come
faccio a educare mio figlio?
Come faccio a insegnargli le regole?
Come
rispondere ai bisogni affettivi e sessuali di un figlio disabile?
Come
inserirlo nel mondo del lavoro?
Sono queste le domande di tanti
genitori che incontrano l'handicap nella propria famiglia, Una risposta
che, considerata la complessità della questione, non può che essere
parziale. I genitori, le famiglie e quanti incontrano l'handicap
sono invitati a investire sulla relazione con il figlio disabile, a
curare il benessere della coppia e di tutta la famiglia, a creare
insieme ad altre famiglie, e con il sostegno dei volontari e degli
operatori professionali, una rete di aiuto e autoaiuto.
L'obiettivo
raggiungibile è un'esistenza dove l'handicap nulla tolga alla bellezza
e alla dignità della vita umana e familiare.Credo molto in queste cose bounce
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adriana di costanzo

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normalita

Messaggio  adriana di costanzo il Mar Gen 06, 2009 7:55 pm

La gente normale fa di tutto per
rendersi diversa…e la gente diversa fa di tutto per diventare normale,
e allora, chi ha ragione? Secondo me la soluzione sta nel superare
tutte queste banalità relative e cominciare a pensare che la parola
giusta sia unico e che la normalità sta solo nell’esistere…
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adriana di costanzo

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la normalità esiste?

Messaggio  elena bencivenga il Ven Gen 09, 2009 5:21 pm

io credo che sa difficile parlare della normalità magari quando si parla di persone con gravissimo ritardo mentale,e altri affetti da deficit ancor più gravi. dico che è difficile parlare di normalità se con tale termine intendiamo fare tutto ciò di cui una persona normodotata è in grado di fare sia a livello cognitivo, sia del ruolo che riesce a rivestire nella società .
se mettiamo da parte questo punto di vista allora può solo emergere una diversità tra persona e persona,tale diversità rende insignificante il termine normalità poichè tutti siamo diversi da chi c'è accanto.

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Re: Ma la normalità esiste?

Messaggio  colomba.persico il Ven Gen 16, 2009 1:05 am

incoglia antonio ha scritto:Normale potremmo definire cioè ke è accettato dalla maggior parte dei membri appertenenti ad un gruppo,in termini numerici,almeno il 51%.
Se in Italia ad esempio è stato scelto come senso di marcia,la guida a sinistra,un autista ke guiderà a destra è ovvio ke risulterà un diverso,il poblema quindi non è nel termine piu opportuno che scegliamo,ma nell accettazione e nel rispetto di quel termine,cosa molto molto difficile però per molte persone che si ritengono non razzisti e poi discirminano chi nn la pensa come loro ideologicamente,politicamente,sportivamente,ecc...
Inoltre però penso ke alle volte proprio il fatto di parlare di questa ricerca quasi sfrenata del termine giusto,possa aumentare incosapevolemente una discriminazione.Cercherò di esprimermi meglio facendo l esempio della diversità in termini di colore della pelle,sperando ke nessuna mi fraintenda..:
un uomo di razza negride,lo si è chiamato in passato negro,poi si è deciso che fosse offensivo e si è passati al termine nero,nn contenti,neanche piu il termine nero è andato bene e si è passati al termine: uomo di colore, che presuppone la domanda:si,ma di che colore?nero! e di conseguenza:ma nero in ke senso? nero,nero che appartiene alla razza negride.
Ora dico io,tutta questa ricerca affannosa del termine giusto,che poi giusto non lo è mai... a che ha portato?ha dato vantaggi a quella categoria il solo cambio del nome? l unica cosa essenziale e fondamentale è ke si rispetti quella categoria!
se mi chiamano bianco,napoletano o uomo di colore bianco non fa nessuna differenza,l importante è ke ci sia rispetto verso di me e viceversa.

Antonio ti faccio i miei complimenti, in aula durante l'esposizione della tua tesina mi sono ritrovata moltissimo cn quello che hai detto... soprattutto quella poesia ke hai riportato... ankio penso ke questa ricerca esasperante di una buona terminologia non porti da nessuna parte se non associata ad interventi pratici di integrazione o meglio ICLUSIONE di tutte quelle categorie ke vivono ai margini della società purtroppo... GRAZIE X AVERMI FATTO RIFLETTERE, ammettendo ke alcune volte sono restia alla compresione (dettata dalla euforia del portare avanti una mia idea) intanto leggendo e ascoltandoti mi sn resa conto ke molte volte correggevo una mia amica ma infondo lei "rispettava quanto me"... pale
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