IL RUOLO DELLA FAMIGLIA

Pagina 2 di 2 Precedente  1, 2

Vedere l'argomento precedente Vedere l'argomento seguente Andare in basso

Re: IL RUOLO DELLA FAMIGLIA

Messaggio  Antonella Rivellino il Mar Dic 16, 2008 3:15 am

hai perfettamente ragione rosy,
grazie per averci sottoposto questo dato,io non ne ero a conoscenza
avatar
Antonella Rivellino

Messaggi : 203
Data d'iscrizione : 15.11.08

Vedi il profilo dell'utente

Tornare in alto Andare in basso

Re: IL RUOLO DELLA FAMIGLIA

Messaggio  mariarosaria tarallo il Mer Dic 17, 2008 3:11 pm

grazie a te, Anto, per l'interesse a 360° su tutte le tematiche (oltre che per il superlavoro nel forum).
In merito alla questione di cui sopra, inserisco anche questo contributo tratto da IL MESSAGGERO:

Gli interrogativi di un disabile

"Gent.ma redazione, sono una donna disabile calabrese, che dal mio piccolo cerco di essere razionale verso tutte le realtà che mi riguardano e mi circondano. Di irrazionalità siamo zeppi, non ultima l'incongruente e discutibile interpretazione amministrativa dell'agenzia delle entrate in riferimento al DDL sul Bonus Straordinario per le famiglie, in particolare al seguente parametro degli avente diritto " 1.000 euro - nucleo familiare con familiari a carico portatori di handicap e reddito non superiore a 35mila euro."

Nel decreto, che ha valore di legge, è chiaro il termine " familiari a carico" per familiari che cosa si intendono? A mio modestissimo parere : madre, padre, figli, altrimenti, perchè usare questo termine e non specificamente quello di "figli"?

L'agenzia delle entrate nelle disposizioni per la compilazione dei modelli riporta la seguente interpretazione: "euro 1.000,00 per il nucleo familiare in cui vi siano figli a carico del richiedente portatori di handicap ai sensi dell’art. 3 comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, qualora il reddito complessivo familiare non sia superiore ad euro 35.000,00." Alla luce di ciò mi chiedo che cosa cambia , se in una famiglia ad essere disabile grave sia la moglie o il figlio? Cambiano , forse le esigenze ed i bisogni che la disabilità comporta?
A me questa sembra una mera discriminazione verso i bisogni delle persone. Oltre che una bella presa in giro. Perchè le associazioni che dovrebbero rappresentarci tacciono? Perchè si protesta ad ogni piè sospinto, mentre quando si tratta di disabilità passa tutto in sordina? Di fronte al silenzio sarebbe opportuno difenderci da soli, magari intasando la casella di posta elettronica dell'Agenzia delle Entrate , con email di dissenso.. probabilmente, non si otterrebbe nulla ma almeno ci avremmo provato a non chinare la testa."

Cordiali saluti

Matilde De Franco
www.handypatico.com
(16 dicembre 2008)
__________________________
A parte noi ed altri che non abbiamo poteri decisionali...qualcuno risponderà mai a questi ed altri interrogativi?

_________________
"Non condivido la tua idea, ma darei la vita perchè tu potessi esprimerla"

I miei Amici sono i benvenuti sul mio BLOG: http://sinestesie.ilbello.com

"L’immaginazione e la poesia infantili non sono né credulità, né puerilità, ma intelligenza in un’altra dimensione." (François Dolto)
GrAzIe François!!!!
"...e ricorda a questo cuore mio che Caino sono pure io!" (M.Marrocchi)
avatar
mariarosaria tarallo

Messaggi : 318
Data d'iscrizione : 16.11.08
Località : NApoli provincia

Vedi il profilo dell'utente

Tornare in alto Andare in basso

Re: IL RUOLO DELLA FAMIGLIA

Messaggio  Alessia.Zoccoli il Mer Dic 17, 2008 6:44 pm

La famiglia è il luogo privilegiato di educazione e integrazione del figlio con sindrome di Down.
In questa parte del sito consideriamo alcune situazioni educative fondamentali, considerate, per quanto possibile, in ordine cronologico (cioè a partire da quelle che riguardano il neonato).

Il momento della diagnosi



Attualmente i genitori sanno fin dai primi giorni di vita del figlio (se non prima) se esso è affetto da sindrome di Down. Molteplici sono le reazioni immediate (o comunque a breve termine; si veda la testimonianza riportata sotto). Esse dipendono da molti fattori, tra i quali:

* conoscenza della sindrome;
* tendenza personale a manifestare le proprie emozioni o a contenerle;
* "gioco delle parti" fra marito e moglie, in quanto si considera anche l'effetto che la manifestazione delle proprie emozioni ha sul partner (e anche sui genitori o eventuali altri figli);
* età del padre e della madre;
* professione e cultura personale;
* condizione economica familiare.

Indipendentemente dalle reazioni immediate, letteratura ed esperienza indicano chiaramente che le reazioni profonde sono molto intense e "sconvolgenti". Quest'ultimo termine sembra adeguato proprio per evidenziare che nei genitori è sempre più chiaro che la condizione del figlio influenzerà profondamente tutta la vita futura. I genitori sono chiamati a "ripensare", ristrutturare la propria vita. Questo richiede tempo ed energie. Riflettendo su questo si giunge alla conclusione che il momento della comunicazione della diagnosi, per quanto gestito nel modo migliore, non può restare isolato. I genitori hanno bisogno di ripensare a questo evento più e più volte. Il problema cruciale non è perciò come comunicare la diagnosi (comunque molto importante), ma come riparlarne in seguito più volte in un contesto di counselling. Il problema non è la diagnosi, ma quali sono le conseguenze di tale diagnosi. E queste si vengono a conoscere solo con il passare del tempo.



La nascita di Caterina
tratto da: Istituto Italiano di Medicina Sociale, 1993. E'nato un bambino Down. Guida per i genitori.

La mia prima figlia, Caterina, ha oggi 14 anni ed ha la Sindrome di Down. Ricordo ancora in maniera chiara le emozioni e i sentimenti provati durante la gravidanza e dopo la nascita.
Io e mio marito decidemmo di avere un bambino dopo circa un anno di matrimonio. Il periodo dell'attesa fu molto sereno, e, come avviene di solito in gravidanza, avevo immaginato in maniera precisa come sarebbe stato il bambino che stavo aspettando. Per esempio bello, intelligente, buono e con i capelli rossi e gli occhi verdi come quelli di mio marito. Per tutti i nove mesi non mi sfiorò mai l'idea che il bambino ,potesse avere dei problemi.
Dovettero sottopormi al parto cesareo e, quando mi svegliai dall'anestesia, cominciai subito a percepire un'atmosfera strana intorno a me: senz'altro mio marito, i miei genitori e gli altri parenti non avevano un atteggiamento adeguato al lieto evento.Parecchie ore dopo il parto, dopo aver superato i primi dolori dopo il risveglio dall'anestesia, chiesi di vedere la mia bambina. Appena mi fu messa la culletta vicino al letto, allungai il collo per vederla e il sorriso che avevo sulle labbra mi svanì a causa di un pensiero che mi folgorò: "E' mongoloide". Non riuscii a dire niente, per paura forse di ricevere delle conferme.
In seguito venni a sapere che il pediatra della clinica aveva dato la notizia a mio marito dieci minuti dopo il parto, dicendo però che non era certo della diagnosi e lo aveva consigliato di non dirmi niente fino a quando non mi sarei ripresa dal cesareo.
Fu così che cominciammo la nostra vita di genitori: io che temevo di fare domande e lui che cercava di proteggermi da una cosa che avevo già capito.
Furono quindici giorni terribili, in certi momenti mi sembrava che i miei sospetti fossero sbagliati, perchè mia figlia somigliava a mio marito (io pensavo, invece, che le persone down fossero tutte uguali fra di loro) e in altri momenti, al contrario, mi sembrava che non ci fossero dubbi: Caterina era proprio Down.
Finalmente feci delle domande precise a mio marito e lui mi confermò che purtroppo anche i medici avevano fatto la stessa diagnosi. Tuttavia avevano rinviato la certezza ad una analisi: quella relativa alla mappa cromosomica, che avrebbe evidenziato se Caterina aveva normalmente 46 cromosomi o 47 come le persone Down. Finalmente riuscimmo a far fare il prelievo alla bambina per l'analisi, e qui cominciammo ad avere delle informazioni più corrette: non era vero che le persone Down erano uguali fra loro, oltre alle caratteristiche dovute alla Sindrome, ne avevano altre ereditate dai genitori. Non era vero che la certezza della diagnosi poteva essere data solo dall'analisi, ma poteva essere raggiunta anche con una visita clinica. Infatti il genetista che aveva effettuato il prelievo si disse certo che Caterina avesse la Sindrome di Down. Comunque aspettammo l'esito dell'analisi e, in fondo, speravamo che ci fosse stato un errore. Invece quando fummo convocati il responso fu inequivocabile: si trattava di Sindrome di Down. Il risultato così definitivo non lasciava più spazio a nessuna speranza, però metteva fine a quell'altalena dolorosa di illusioni e di sconforto.
La diagnosi ci fu comunicata da un professore che ci dedicò molto tempo, rispondendo, come poteva, alle nostre infinite domande. Egli sottolineò tutto quanto i bambini Down hanno di positivo pur nella loro diversità e ci spinse, anche, ad incontrare altri genitori che vivevano il nostro stesso problema. Questi furono i primi contatti col problema di nostra figlia; ora piano piano dovevamo dimenticare tutte le aspettative dell'attesa e imparare a conoscere questa bambina sconosciuta di cui, però, sapevamo una cosa tremenda: aveva un deficit intellettivo.
Il primo anno di vita di mia figlia fu ulteriormente complicato da una grave cardiopatia che non le permetteva di crescere bene, di alimentarsi adeguatamente, di dormire serenamente, di muoversi e di giocare. L'unica cosa che mi faceva sperare e credere in lei erano i suoi occhi, sempre attenti, che seguivano tutto ciò che succedeva intorno a lei. Dopo l'operazione, fatta ad un anno e due mesi, Caterina cambiò: ora era una bambina Down ma fisicamente sana. Cominciò a crescere, a muoversi e a fare tutte quelle cose che fino ad allora aveva seguito solo con gli occhi. Anche il nostro rapporto cambiò, cominciai a proporle tutte le cose che avrei proposto ad un altro bambino e lei cominciò a rispondere. Vedevo che comprendeva le regole educative che di solito si insegnano a tutti i bambini, e che era interessata a mangiare, a lavarsi, e spogliarsi da sola e vi riusciva senza estreme difficoltà. Questi primi successi mi spinsero ad avere un atteggiamento di fiducia nei riguardi di mia figlia che non mi ha più abbandonato.
Oggi è una ragazza molto autonoma e sicura di sè. All'uscita dalla scuola torna a casa da sola, affrontando un percorso a piedi di venti minuti. E' consapevole del suo stato e riesce a superare i momenti di crisi, che a volte vive, con il nostro aiuto e la sua forza di carattere, che è notevole. Ha imparato a leggere e scrivere bene, tanto che a scuola, nelle materie letterarie ha seguito lo stesso programma degli altri, anche se semplificato. Il grosso scoglio è la matematica ma ha risolto il problema imparando da sola ad usare la calcolatrice.
Insomma è una ragazza serena e capace e, sono convinta, che riuscirà, con il nostro aiuto, a trovare in futuro, un'attività lavorativa che le dia soddisfazione e, nello stesso tempo, le permetta di non essere un peso per la società.

_________________
Alessia Zoccoli
avatar
Alessia.Zoccoli

Messaggi : 65
Data d'iscrizione : 17.11.08
Età : 30
Località : Ciampino

Vedi il profilo dell'utente

Tornare in alto Andare in basso

Re: IL RUOLO DELLA FAMIGLIA

Messaggio  Marianna A. Russo il Mer Dic 17, 2008 7:50 pm

Le famiglie con al loro interno un disabile tendono a subire un "disturbo" , un'alterazione degli equilibri alla base di ogni relazione e funzionali al benessere dei membri che la compongono. Non di rado, la prima reazione dei genitori (soprattutto della madre), è la non accettazione del figlio o la determinazione di voler di voler normalizzare a tutti i costi il figlio stesso. Sarà quindi utile un supporto psicologico da dare alla famiglia fin dai primi mesi di nascita del bambino.
avatar
Marianna A. Russo

Messaggi : 54
Data d'iscrizione : 24.11.08
Età : 30

Vedi il profilo dell'utente

Tornare in alto Andare in basso

il ruolo della famiglia

Messaggio  elena bencivenga il Gio Gen 08, 2009 11:16 pm

La famiglia riveste un ruolo imortante poichè essa riesce a sostenere emotivamente il disabile, rendendolo consapevole delle sue abilità, della propria persona in quanto essere pensante e come tale gli dà la spinta a maturare e crescere culturalmente e moralmente.

elena bencivenga

Messaggi : 20
Data d'iscrizione : 25.11.08

Vedi il profilo dell'utente

Tornare in alto Andare in basso

Re: IL RUOLO DELLA FAMIGLIA

Messaggio  stef scaccianemici il Ven Gen 09, 2009 12:53 pm

Riflettendo sulla mia esperienza personale anch'io credo fortemente nel ruolo attivo e decisivo della famiglia: è lì il fututo di ogni bambino ancor di più se è un bambino "speciale"!!!! una mia parente ha un bimbo con ritardo mentale e con una diagnosi ancora non definita del tutto, ma ancora crede che il bambino recupererà il suo ritardo, che è una situazione momentanea: ma sono trascorsi 6 anni dalla sua nascita e il bambino ha serie difficoltà soprattutto nell'interazione con gli altri. Credo che per una mamma è proprio difficile accettare la disabilità del proprio piccolo soprattutto se fisicamente non ha grosse differenze, ma è un passo decisivo e fondamentale proprio per far vivere il bimbo in un ambiente tranquillo e dove si sente amato e protetto con tutte le sue problematiche: è forse un utopia?

stef scaccianemici

Messaggi : 24
Data d'iscrizione : 25.11.08
Età : 41
Località : Telese Terme (BN)

Vedi il profilo dell'utente

Tornare in alto Andare in basso

Re: IL RUOLO DELLA FAMIGLIA

Messaggio  Contenuto sponsorizzato


Contenuto sponsorizzato


Tornare in alto Andare in basso

Pagina 2 di 2 Precedente  1, 2

Vedere l'argomento precedente Vedere l'argomento seguente Tornare in alto

- Argomenti simili

 
Permessi di questa sezione del forum:
Non puoi rispondere agli argomenti in questo forum